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quello che nessuno dice…

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I frati del lazzaretto, l’arcivescovo Federigo Borromeo e conclusioni sulla fortissima impronta religiosa del libro, più creduta che vera.
Di sicuro padre Felice Casati e i frati, che sotto le sue direttive aiutarono e in molti diedero anche la vita per i malati di peste rinchiusi nel Lazzaretto, furono un esempio di amore e dedizione verso il prossimo. Verso persone sconosciute e bisognose. Furono persone straordinarie. E di loro c’è poco da dire se non leggere ciò che Manzoni scrisse riportando le testimonianze dell’epoca.
Il motivo per cui non si possono mettere a confronto con i religiosi citati nella precedente puntata è che i personaggi storicamente esistiti non possono essere confrontati con quelli creati dallo scrittore. Ogni opera di fantasia, testimonia un pensiero dell’autore, trasmette un messaggio del suo creatore. Non così ciò che è ripreso dalla storia. Fatti e personaggi storici testimoniano solo se stessi. Perciò possono essere solo osservati per ciò che sono. Non si può considerare una trascrizione storica al pari del pensiero o filosofia, se non per il taglio narrativo ed eventualmente i rafforzamenti o le omissioni che l’autore può aver fatto. Le stesse parole usate da Manzoni per spiegare il ruolo di padre Felice Casati nel Lazzaretto, ad esempio, suggeriscono che la pietà di un fra Cristoforo e quella del Casati sono piuttosto diverse:
Capitolo XXXI (dalla mia riscrittura dei Promessi Sposi in italiano attuale).
“Padre Felice, sempre attivo e sempre sollecito, girava di giorno, girava di notte, per i portici, per le stanze, in quel grande spazio, talvolta portando un bastone, altre volte armato solo del suo abito di frate. Confortava e regolava ogni cosa: sedava tumulti, calmava litigi, minacciava, puniva, riprendeva, consolava, asciugava e spargeva lacrime.”
Manzoni la definisce un dittaturanecessaria in quel luogo e come non dargli ragione. Marina Marazza nella postfazione del suo libro ‘Miserere’ (Solferino 2020) accenna a un fatto non riportato nei Promessi Sposi. Che il Casati individuò tra gli appestati del Lazzaretto un untore imponendogli una reliquia, lo denunciò e quello finì in modo orribile i suoi giorni prima che ci pensasse la peste a consegnarlo a chi di dovere per il giudizio finale. Fra Cristoforo ideato da Manzoni è di fatto una figura diversa, che perdona, che obbliga Renzo a perdonare e spera fino all’ultimo che don Rodrigo, ospite anche lui del Lazzaretto e in coma, trovi un attimo di lucidità mentale prima di morire e si redima.
Molto importante però resta discorso fatto da padre Felice durante la cerimonia con cui i guariti, i pochi guariti dalla peste, si congedano dal Lazzaretto. Una cerimonia di per sé particolare: non viene celebrata una messa, né sono recitate preghiere collettive. Chissà se si svolgeva realmente così, onestamente non lo so. Però nella sua predica padre Felice curiosamente chiede scusa, per sé e per i suoi confratelli, se lui e gli altri non sono stati perfettamente ligi nell’aiutare.
Capitolo XXXVI
“Per me,” disse “e per tutti i miei compagni, che senza averne alcun merito, siamo stati scelti nell’alto privilegio di servire Cristo in voi, io vi chiedo umilmente perdono se non abbiamo adempiuto degnamente a un così nobile incarico. Se la pigrizia, se la debolezza della carne ci ha resi meno attenti alle vostre necessità, meno pronti ad accorrere alle vostre chiamate, se un’ingiusta impazienza, se un colpevole fastidio ci ha fatto arrivare davanti a voi con il volto annoiato e severo, se qualche volta il miserabile pensiero che voi aveste bisogno di noi, ci ha portato a non trattarvi con tutta l’umiltà che vi era dovuta. Se la nostra fragilità ci ha fatto fare qualcosa di sconveniente, perdonateci.
E qui finalmente, in questa narrazione e nelle parole del frate vi è qualcosa di realmente religioso:
“Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito e vi benedica.” Poi fece su quelle persone un gran segno di croce e si alzò.”
Finalmente abbiamo un’assoluzione e una benedizione vere. Faccio notare, ma ognuno deciderà che importanza dare a questa nota, che a impartire una assoluzione e una benedizione vere, non è un religioso ideato dal Manzoni ma un personaggio reale. Che Manzoni qui attinge alle testimonianze del Ripamonti, infatti della predica di padre Felice dice:
“Io non ho potuto riferire le parole precise, ma solo il senso, il tema del discorso che fece.”
Qui abbiamo anche un simbolo religioso, la grande croce di legno di cui padre Felice si fa carico guidando la processione dei guariti fuori dal Lazzaretto.
Come avevo accennato la croce è uno dei due soli simboli religiosi che lo scrittore cita nel romanzo.
“Quel frate straordinario prese poi una grande croce che era appoggiata a un pilastro, la sollevò davanti a sé, lasciò i suoi sandali sulla soglia del portico esterno, scese i gradini e tra la folla che si fece rispettosamente da parte, si avviò per mettersi in testa ad essa.”
L’arcivescovo Federigo Borromeo invece necessita di una chiacchierata a parte.
Manzoni ne fa un’icona. Un personaggio sublimato dalle sue opere di pietà e bontà, esempio di dedizione verso i poveri e gli afflitti a cui egli dedica enormi risorse fisiche ed economiche. Verrebbe da dire ‘un santo’ e si sarebbe tentati di affiancarlo a fra Cristoforo in fatto di incorruttibile moralità, umiltà e fermezza di spirito.
Eppure non è possibile farlo.
Prima di tutto perché, come per i frati del Lazzaretto, non si possono mettere sulla stessa bilancia fantasia e realtà. La fantasia la si confronta con la fantasia, la realtà con la realtà.
Ma soprattutto perché Manzoni nei confronti di Federigo Borromeo pecca un po’ di infatuazione. E anche di doppiopesismo. Spiace dirlo ma è così.
Manzoni di lui scrive questo:
Capitolo XXII
“Basti aver accennato di sfuggita che, anche se era un uomo estremamente ammirevole nel suo complesso, non possiamo sostenere che sia stato ammirevole in tutto e per tutto.”
Ma a noi invece non basta un accenno di sfuggita. Perché dire che non è stato ammirevole in tutto e per tutto è probabilmente riduttivo. Egli era uno strenuo sostenitore dei processi per stregoneria, dell’inquisizione. Come uomo approvò cose orribili come torture atroci e morti orrende infitte a coloro che riteneva in combutta col demonio. Credeva alle streghe!
È come se la sua anima avesse avuto due facce: una tutto amore per i poveri e gli afflitti e l’altra feroce e terribile verso chi riteneva colpevole di assurdi legami con il demonio. Marina Marazza nel suo libro ‘Miserere’ basandosi sugli scritti di Francesco Rivola, biografo del vescovo, ne fa un ritratto un po’ diverso da quello del Manzoni.
Tra l’altro nel suo palazzo vescovile c’erano le sale per gli interrogatori, ciascuna dedicata a un santo, attrezzate di strumenti di tortura per estorcere confessioni. L’unico vantaggio per chi era torturato lì, invece che in quelle statali, è che il boia era gratis, perché il boia di stato doveva essere pagato dal torturato stesso.
Inoltre Federigo Borromeo, quello vero, quello storicamente esistito, che certamente fu persona di grande intelligenza, di fronte a quella cosa vergognosa che fu il processo narrato dallo stesso Manzoni ne “La storia della colonna infame” e ripreso dalla Marazza, a mio parere non poteva non essersi reso conto che si trattava di una farsa disgustosa. Di un’abominevole ingiustizia.
Quel processo fu chiaramente iniquo e fin da subito mirava a trovare qualcuno a cui attribuire la responsabilità della diffusione della peste. Un capro espiatorio da dare in pasto alla folla ignorante e feroce. Su cui la gente potesse sfogare la propria rabbia e frustrazione (metodo sempre valido anche ai giorni nostri anche se invece di gridare in piazza ora le gente viene condotta a ‘gridare’ e a sfogare la propria cattiveria attraverso i socialmedia). Qui, più che mai, acquista senso un’osservazione del Manzoni.
Capitolo XXXII
“La gente preferisce attribuire i mali a perversità umane, contro cui può fare le sue vendette, piuttosto che riconoscere che nascono da una causa contro la quale non si può fare nulla, se non rassegnarsi.”
Una vendetta dunque contro la propria impotenza.
Il processo terminò con la condanna a morte di quattro poveracci accusati di essere gli untori che sparsero la peste in Milano.
E la pena di morte inflitta fu talmente terribile e atroce, da fare invidiare la morte di Gesù Cristo in croce. Eppure Federigo Borromeo per quei quattro poveretti, le cui confessioni furono estorte con la tortura, non mosse un dito neppure per chiedere che, quanto meno, fossero messi a morte in modo rapido, invece che con un metodo barbaro, lungo e spaventosamente doloroso.
Manzoni più volte ripete che l’arcivescovo non era persona che si intrometteva in questioni che non lo riguardavano. Spero solo che non intendesse con queste parole scusare questo infelice, e infelice è dir poco, comportamento dell’arcivescovo.
Anche la condanna alla monca di Monza, quella vera intendo, quella storica, reca la firma del vero Federigo Borromeo. A quanto pare, al processo non emersero prove certe che la monaca fosse stata complice dei delitti compiuti dal suo amante Gian Paolo Osio, al di là di aver partorito non so se una figlia o più, di lui (cosa scandalosa, ma non così inconsueta nei conventi di allora). Ma l’arcivescovo la condannò ad essere murata viva. Cioè messa in una cella di circa due metri per tre, sostituendo la porta con un muro in cui vi era solo un buco per il ricambio dell’aria, per il passaggio, del cibo e, credo, del secchio che fungeva da gabinetto. Avrebbe dovuto restarvi a vita. Federigo si decise poi a liberarla dopo averla tenuta lì per 14 anni. Aveva allora 46 anni e nonostante tutto quella donna coriacea visse fino a 74 anni seppure ormai provata nella mente.
Quindi Federigo Borromeo fu sia molto, che ben poco ammirevole sotto diversi aspetti. E certamente non lo si può affiancare alla la pietà incondizionata, ma di fantasia, di un fra Cristoforo.
Ho detto anche che Manzoni con Federigo Borromeo pecca di doppiopesismo. Le parole che usa per Lodovico Settala, medico milanese pervaso da molta umanità e che aiutava la povera gente, sono le seguenti:
Capitolo XXXI
“Alla fama come uomo di scienza, si aggiungeva l’ammirazione di una vita dedicata alla benevolenza e alla carità nel curare e beneficiare i poveri. Purtroppo il pover’uomo condivideva anche i pregiudizi più comuni e funesti dei suoi contemporanei e questo oggi guasta il sentimento di benevolenza che i suoi meriti ci ispirerebbero.”
Quei pregiudizi funesti sono gli stessi di Federigo Borromeo, il credere alla stregoneria e ai processi alle streghe. Ma per l’arcivescovo il sentimento di benevolenza di Manzoni non viene scalfito.
Prima di chiudere definitivamente la questione della illusoria religiosità e della ben presente fede nella Divina Provvidenza del romanzo, credo si debbano spendere alcune parole su un tema che nel libro torna ad ogni occasione: il perdono.
Il compito che Manzoni affida a fra Cristoforo è allo stesso tempo quello di testimone di una grande Fede e testimone del perdono.
Più che preghiere di lode a Dio, nel romanzo ci sono preghiere che invocano perdono e che offrono perdono. Manzoni non perde occasione per toccare il tema.
L’avevamo già visto in una precedente puntata quando Renzo, Lucia e Agnese in fuga, sono accolti da fra Cristoforo e invece di pregare Dio per ottenere aiuto e sostegno in quel momento di disperazione, pregano per invocare il perdono per don Rodrigo, loro persecutore.
Fin da quando il giovane Lodovico abbandonò quel nome, nome con cui aveva ucciso un uomo e divenne fra Cristoforo, volle incontrare i parenti di colui che era morto per sua mano per chiedere perdono. In un mondo abituato alle vendette, quel gesto diventa sconvolgente e il fratello dell’ucciso gli accorda il perdono.
Capitolo IV
“Il fratello dell’ucciso e i suoi parenti, che quel giorno si aspettavano d’assaporare la gioia triste di un orgoglio appagato, si trovarono invece colmati della gioia serena del perdono e della benevolenza”.
Manzoni poi non perde l’occasione per chiudere la scena con una battuta umoristica che mette in bocca al fratello dell’ucciso:
“Diavolo d’un frate! Se restava ancora lì in ginocchio per un po’, quasi quasi che gli chiedevo scusa io per avermi ammazzato il fratello.”
Tempo fa avevo ascoltato il podcast “Nebbia” di Giovanni Bianconi che parla delle stragi politiche che hanno insanguinato il nostro paese tra gli anni ’70 e ’90 (per i giovani che nulla sanno di questo, ricordo che l’Italia è sta luogo di stragi politiche che non si è mai riusciti o forse non si è voluto, chiarire completamente).
In quel podcast mi ha colpito la frase della giovane figlia di uno degli uomini morti per la bomba fatta esplodere nella banca di piazza Fontana a Milano. In un’occasione la ragazza disse: “Spero un giorno di aver qualcuno da perdonare”.
Anche il figlio di un uomo della scorta di Aldo Moro, ucciso nell’agguato di via Fani, volle incontrare un componente del commando delle Brigate Rosse in carcere per l’assassinio di Moro e degli uomini che lo scortavano. A quanto riferito nel podcast, quell’incontro per l’assassino fu sconvolgente, non se ne capacitava e a quel visitatore disse: “Ma lei ha capito che io sono quello che le ha ammazzato il padre?”
Il messaggio di Manzoni e di queste straordinarie persone che hanno saputo perdonare, è chiaro: non c’è pace interiore senza perdono.
Messaggio difficile da accettare anche se è chiaro che ogni vendetta offre solo l’illusione dell’appagamento.
Comunque questo messaggio nel romanzo torna più volte. Quando Renzo finalmente ritrova fra Cristoforo nel lazzaretto di Milano, ingenuamente parla del suo desiderio di vendicarsi di don Rodrigo. Il frate si arrabbia con lui e lo caccia in malo modo:
Capitolo XXXV (a parlare è il frate)
“Ora tu hai la vendetta nel cuore, cosa vuoi da me, vattene! Ho visto morire gente offesa che perdonava chi li ha oltraggiati e ho visto offensori morire rammaricandosi di non potersi umiliare davanti a chi hanno offeso; ho pianto con gli uni e con gli altri, ma con te, che ho a che fare io?”
“Renzo, tu sai perché io porto quest’abito?”
(…)
“Ho odiato anch’io. Io che ti ho ripreso per un pensiero, per una parola. L’uomo che io odiavo con tutto me stesso, che odiavo da tanto tempo, io l’ho ucciso.”
Ah, se io potessi mettere nel tuo cuore il sentimento che dopo mi sono portato nel mio, per sempre! Ascolta Renzo, Dio ti vuole più bene di quanto te ne vuoi tu. Tu hai pensato a come vendicarti, ma Egli ha abbastanza forza e abbastanza misericordia per impedirtelo. Ma sai tu cosa puoi fare? Puoi odiare e perderti! Puoi, con un tuo sentimento, allontanare da te ogni benedizione, perché comunque vadano le cose, qualunque fortuna tu abbia, stai certo che tutto sarà castigo, fino a quando tu non avrai perdonato in maniera da non dover mai più dire: io lo perdono. Finché il perdono non vive dentro di te.”
Dopo di che vanno entrambi nella baracca dove don Rodrigo è in coma e in punto di morte, per pregare assieme per quel povero ex-persecutore.
Più tardi Renzo riesce anche a ritrovare Lucia nel lazzaretto e il frate lascerà ai due ragazzi il suo particolare testamento spirituale.
Capitolo XXXVI
“I vostri figli nasceranno in un mondo infelice e in tempi tristi, in mezzo a superbi e provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! Tutto, tutto!”
Chiudiamo qui la questione della religiosità nei Promessi Sposi, che, come abbiamo visto è quanto meno particolare. Tanto che se qualcuno venuto da un altro pianeta volesse capire qualcosa della religione cristiano-cattolica, leggendo i Promessi Sposi non ne capirebbe nulla.
Stupisce perfino che nessuno abbia mai provato ad accusarlo di eresia: un libro ritenuto di forte impronta religiosa, che di fatto elude o esclude, i sacramenti e i precetti, senza messe, senza festività religiose e senza santi, con le anime del purgatorio al posto delle anime pie dei santi. In definitiva privo dei principi della catechesi cristiano-cattolica.
Tutto questo però non deve stupire. Uno scrittore, un creativo, ha pieno diritto di esprimersi, di liberare il proprio pensiero, la propria creatività, la propria genialità. E questo ha fatto Manzoni, se poi gli altri hanno interpretato la sua opera nel modo ad essi più confacente, di certo lui non ne può nulla.
Finiamola qui!
La prossima puntata la dedicherò a un argomento molto diverso, il forte (questo sì) istinto cinematografico del Manzoni, ben prima che il cinema e l’arte cinematografica fossero inventati. Alla prossima!
PUNTATA #12 – Uno sguardo sulle figure dei religiosi che popolano il libro.
Credo che uno dei motivi per cui il romanzo trasmette, forse involontariamente, un forte senso di religiosità, generando quella che io definisco una colossale illusione ottica letteraria e filosofica, stia in un curioso concatenamento di elementi, tra cui la forte presenza di figure religiose. Voglio dire: il libro racconta di una grande Fede, lo scrittore notoriamente era molto religioso, nel libro vi sono molti religiosi, quindi nasce in automatico l’idea che sia un libro di grande religiosità. Ma è un’idea.
Parlando dei religiosi, i primi due su cui cade lo sguardo sono don Abbondio e fra Cristoforo. Due figure molto diverse. Il frate ha una colpa da espiare che non si è mai perdonato, la morte di due uomini. Uno morto per lui e uno ucciso da lui. Questa colpa l’ha votato al sacrificio ed è pronto a morire per aiutare il prossimo.
Don Abbondio, lo sappiamo, di sacrifici intende farne il meno possibile. Si è fatto prete per scampare a una condizione sociale umiliante e impietosa per le persone semplici. Non proprio una missione la sua. Perciò si comporta da vile quando gli viene imposto di non sposare Renzo e Lucia e china la testa cedendo alle minacce. Mentre fra Cristoforo tiene alta la testa. Anche se il suo coraggio non ottiene nulla di più. Infatti se Lucia scampa al rapimento è solo perché quella sera è uscita di casa con Renzo e la madre, per andare in casa del parroco e tentare di ingannarlo per farsi sposare contro la sua volontà. L’inganno non riesce, ma almeno manda a monte il rapimento della ragazza, cosa che fra Cristoforo non avrebbe potuto evitare. Infatti l’avviso del frate che ha saputo del rapimento in programma per quella sera, arriva tardi e Menico, il ragazzino che fa da messaggero, giungerebbe sulla scena a rapimento avvenuto, o peggio, durante il rapimento, diventando un testimone scomodo da eliminare. Invece per fortuna nessuno è in casa perché sono andati dal parroco per cercare di fregarlo. Sotto certi aspetti, paradossalmente e involontariamente, è più di aiuto ai ragazzi la viltà di don Abbondio che il coraggio del frate. E questo non lo osserva nessuno.
Supponiamo anche che don Abbondio avesse avuto il coraggio di opporsi alla minaccia sposando i due ragazzi. Non credo si sarebbe preso una schioppettata nella schiena come teme lui, questo no, perché come dice Perpetua, “le schioppettate mica si danno via come dolcetti“, ma una bella dose di legnate quelle sì. E sai quante ossa rotte. Nemmeno fra Cristoforo crede che se sposata Lucia sarebbe salva. Al capitolo V medita:
“Sarebbe questo un freno per quell’uomo? Chi può dire fin dove potrebbe spingersio”.
Comunque Manzoni fa di don Abbondio un personaggio oltremodo vile e meschino, quasi una ridicola macchietta. Tale resta dall’inizio alla fine del libro e per questo, il povero prete, si è attirato gli strali di ogni commentatore.
Così facendo, lo scrittore lo rende anche una specie di parafulmine.
Su di lui si sono scagliati tutti i fulmini del mondo. Su di lui si è concentrato tutto il fuoco delle critiche moralistiche. Ma guardando così intensamente a questo prete, perdiamo un tantino di vista le molte altre figure religiose, oltre fra Cristoforo, che Manzoni ha creato e che ruotano intorno alla storia di Renzo e Lucia, ma che vale invece la pena di osservare più da vicino.
Perciò non parliamo più di don Abbondio avendo già detto di tutto in tanti.
Anche di fra Cristoforo, l’unico tra i religiosi ideati da Manzoni, sincero, onesto, incorrotto e incorruttibile. L’unico che conosce la pietà verso i deboli e gli afflitti. L’unico. Infatti è criticato dai suoi confratelli e Manzoni lo farà castigare duramente dai suoi superiori, proprio per quella sua pietà. E anche di lui, come di don Abbondio, si è già detto tanto.
Attenzione: sto parlando dei religiosi ideati da Manzoni. Le figure di religiosi realmente esistiti, come l’arcivescovo Federigo Borromeo e i frati del lazzaretto, richiedono un discorso a parte.
Quindi andiamo avanti e partiamo con l’osservare il comportamento del padre provinciale che comanda tutto l’ordine dei cappuccini dello stato di Milano.
Il conte zio di don Rodrigo, potente politico e consigliere del governatore, lo convoca e gli chiede di allontanare fra Cristoforo da Pescarenico, perché non si comporta bene con suo nipote. Il frate ha avuto l’ardire di affrontarlo di petto e la cosa al signorotto non è piaciuta.
Il padre provinciale che fa? Come risponde? Per un attimo pensa, senza però avere il coraggio di dire in faccia all’altro:
Capitolo XIX- della mia riscrittura ‘I Promessi Sposi – in italiano attuale’.
“- Eh già! – pensava tra sé – so dove vuoi arrivare: è la solita storia, quando un povero frate vi dà fastidio, o vi fa ombra, il superiore deve subito farlo sloggiare, senza guardare se ha ragione o ha torto. -“
È quindi consapevole che si tratta di un gioco di potere, non una questione di ragione o torto. E lui indaga per capire se il frate si sia davvero comportato male o la richiesta è una pretesa e un sopruso? Va a fondo della questione?
No assolutamente! Cede alla richiesta del politico abituati entrambi a compromessi e a scambi di favori. Il conte zio di don Rodrigo, da vecchio volpone, si è rivolto al padre provinciale sapendo bene che:
Capitolo XIX
“È sempre meglio aver a che fare con uno che sta al di sopra di molti individui, che con quelli che stanno sotto, perché questi non vedono altro che la loro causa, sentono solo la loro passione, si interessano solo a se stessi. Quell’altro invece vede immediatamente cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da evitare, cento cose da salvaguardare e perciò lo si può prendere da cento lati diversi.”
Ed è esattamente quello che avviene. I padre provinciale conosce fra Cristoforo, sa che è uomo integerrimo. Eppure si preoccupa solamente di salvare la faccia e di fare in modo che agli occhi della gente quel suo chinare la testa davanti alla richiesta di quello, non appaia per ciò che è: un vile atto di sottomissione.
Eppure nessuno sembra aver mai guardato a quell’uomo da questa prospettiva. Nessuno sembra osservare che Manzoni tinge di viltà non solo il povero parroco ma anche il capo stesso dei cappuccini. Con una grande differenza: quella di don Abbondio è la viltà di un uomo singolo e solo, minacciato, quella del padre provinciale è la viltà di un rappresentate di intera istituzione religiosa, che cede a minacce, espresse meno volgarmente, ma non meno mafiose:
Capitolo XIX (a parlare è il conte zio rivolto al padre provinciale)
“Perché nel caso che sua eccellenza… potrebbe essere fatto qualche passo a Roma… io non lo so… e da Roma venirle…”
“Poi anche voi siete legati al mondo laico attraverso i vostri parenti … e queste faccende di puntiglio, per poco che vadano per le lunghe, si estendono, si ramificano, si tirano dentro… mezzo mondo.”
Il padre provinciale dimostra di non avere il coraggio e il polso per tenere testa al politico. E alla fine gli interessa solo non far sembrare quel suo chinare la testa quello che è: una sconfitta, un cedere a un ricatto e alle sottili minacce di quello.
Ancora da capitolo XIX (a parlare è il padre provinciale)
“Ognuno ha il suo prestigio da difendere e io, come superiore, indegno, ho il preciso dovere… L’onore dell’abito… non è un fatto personale… è cosa di cui devo rispondere… Il suo signor nipote, (…) potrebbe credere che si tratti di una soddisfazione data alla sua persona e… non dico vantarsene, o trionfare, ma…”
“Le pare, reverendissimo padre? (…) Le dirò di più, mio nipote non ne saprà nulla. Che bisogno abbiamo noi di rendere conto di ciò che facciamo? (…) In quanto ai chiacchieroni cosa vuole che dicano? Un religioso che va a predicare in un altro paese, è cosa normale! Poi noi che vediamo… noi che prevediamo… noi a cui tocca… non dobbiamo curarci delle chiacchiere.”
Terminata la contrattazione, la svendita di fra Cristoforo e dei suoi protetti, Manzoni chiude la scena con:
“Il padre provinciale s’alzò anche lui, avviandosi verso l’uscio in coda al suo vincitore.”
Il padre provinciale non è che un altro prete sconfitto che si affianca per la sua mancanza di coraggio al vile don Abbondio.
Svergognare un povero parroco per la sua codardia non è stato difficile per chi nel tempo ha commentato il lavoro del Manzoni, ma sembra che nessuno abbia osato fare lo stesso con un capo di un’istituzione potente, sebbene non sia stato meno vile. Tutti pronti a sbranare il pesce piccolo, l’ultimo anello della catena alimentare, ma al pesce grosso, al rappresentate di una istituzione intera, nessuno sembra aver osato valutarlo per quello che è. Perché criticare lui significa criticare l’intera istituzione che egli rappresenta.
Manzoni invece lo fa.
E come si comporta il padre guardiano del convento di Pescarenico, quando riceve la lettera con l’ordine di trasferimento di fra Cristoforo?
Capitolo XIX
“Quella sera il padre guardiano non dice nulla. La mattina seguente fa chiamare fra Cristoforo, gli mostra la lettera, gli dice di andare a prendere la bisaccia, il bastone, il sudario e la cintura, e gli ordina di mettersi subito in viaggio con quel frate che gli presenta.”
Fra Cristoforo è abbandonato anche dal suo diretto superiore che ben conosce la sua bontà d’animo. La sua integrità morale. Ma anche a lui non importa nulla né del frate, né delle persone che questo cerca di aiutare.
Poi gli dice anche che non dovrà tenere neppure una corrispondenza con Lucia e Agnese.
Capitolo XIX
“le parole erano quelle di un consiglio, ma il loro significato era quello di un ordine. “
Il povero Cristoforo mi ricorda la famosa poesia del Parini:
“A lui non valse merito quadrilustre,
a lui non valse zelo di arcani ufici…”
Ne’ ‘La vergine cuccia’ del Parini, un vecchio servitore viene cacciato dalla padrona, così su due piedi, per un gesto irriguardoso verso la cagnetta di lei, senza tener conto dei lunghi anni di servizio svolto con zelo e dedizione.
Così è il padre guardiano del convento di Pescarenico. Non ha nessun sentimento di pietà e di rispetto per quell’uomo che si è dedicato con vero amore al prossimo. Lo tratta immediatamente da reietto, da colpevole. Carca anche la mano rendendo la punizione più dura del necessario. Come se Cristoforo fosse responsabile di chissà quale imperdonabile colpa. Ha osato dar fastidio al superbo don Rodrigo. Ha tentar di togliergli dalle grinfie Lucia. Quella Lucia a cui non si interessa, né il padre provinciale, né il padre guardiano. A costoro non importa un fico secco dei sentimenti di fra Cristoforo o delle persone sofferenti, angosciate che ora non avranno più nessuno a cui affidarsi. Lasciati alla mercé di un prepotente. Di fronte al sopruso di un superbo verso una coppia di giovani, tutti i religiosi coinvolti, tranne fra Cristoforo ovviamente, quindi don Abbondio, il padre guardiano, il padre provinciale sono tutti ugualmente vili, pensano tutti ai loro meschini interessi, a difendere loro ruolo.
Ma tutta l’attenzione resta rivolta al primo… che poi, come detto, è l’ultimo. Quello che conta di meno. Quello la cui viltà vale uno, mentre per gli altri vale cento, mille, vale per un intero convento, vale per un intero ordine religioso.
Diamo ora un’occhiata a un altro organismo religioso, di cui ci racconta Manzoni: il monastero di Monza e le sue monache.
Lasciamo da parte la famosa monaca di cui si è detto e scritto di tutto e di più. Parliamo invece delle altre, quelle di cui non parla nessuno.
Il principe, padre di Gertrude, la futura famosa monaca, vuole che sua figlia si faccia suora, che le piaccia o no. A parte il primogenito, tutti i suoi figli sono diventati religiosi per imposizione del padre. Al primo dei figli deve andare l’intero patrimonio, gli altri invece tutti a farsi mantenere dalla Chiesa. Di certo non a fare i poveri parroci alla don Abbondio.
Il comportamento del padre verso la ragazza è spregevole, ma costui non raggiungerebbe il suo intento senza l’aiuto della altre monache. E l’ottiene, perché avere la protezione di quell’uomo sul monastero che ospita la figlia, è un ottimo incentivo, un affare irrinunciabile per il convento:
Capitolo IX
“La madre badessa e alcune altre monache trafficone, che avevano, come si sul dire, il mestolo in mano, esultarono nel vedersi offerta la garanzia di una simile protezione: tanto utile in ogni evenienza e tanto prestigiosa in ogni caso. Accettarono la proposta e, sforzandosi di non dimostrare mai troppo il loro entusiasmo, corrisposero pienamente al desiderio del principe a riguardo del collocamento stabile della figliuola. Desiderio che era anche il loro.”
Gertrude non desidera assolutamente farsi monaca, ma alla fine cede. Costretta tra l’altro non con la forza, con violenza fisica o verbale, ma con un sottile e diabolico gioco psicologico.
Capitolo IX
“Nessuno però le disse mai direttamente: “Tu devi farti monaca.” Era un’idea sottintesa e toccata solo casualmente, nei discorsi che riguardavano il suo destino futuro.”
La poveretta è trattata fin da piccina come fosse già una monaca. Come fosse una scelta già concordata e di cui lei è condiscendente. Facendola poi sentire una reietta, una vergogna per la famiglia, quando tende a rifiutare quella scelta. E quando lei cerca di imporsi viene isolata dalla famiglia. Chiusa in una cella d’isolamento psicologico, fino al crollo.
Davvero geniale da parte di Manzoni.
Ciò che ci interessa però è che tutte le suore che comandano nel convento sono complici del padre nell’imporre quella scelta alla ragazza. Il fatto è gravissimo non solo moralmente, ma anche dal punto di vista religioso, una colpa che sarebbe da punire addirittura con la scomunica.
Ecco la scena di quando lei, spezzata nella volontà, chiede ufficialmente di entrare in convento:
Capitolo X
“La badessa intanto fece chiedere al principe il favore di recarsi alla grata del parlatorio dove l’aspettava. Con lei c’erano altre due suore anziane e quando egli arrivò, disse:
“Signor principe, per ubbidire alle regole… per adempiere a una formalità indispensabile, anche se in questo caso… comunque è mio dovere dire… che ogni volta che una figlia chiede di essere ammessa a vestire l’abito di monaca… la superiora, quale io sono indegnamente… è obbligata ad avvertire i genitori… che se per caso… forzassero la volontà della figlia, incorrerebbero nella scomunica. Mi perdonerà…”
“Benissimo, benissimo, reverenda madre. Apprezzo la sua correttezza, è più che giusto. Ma lei non dubiterà…”
“Oh, ma s’immagini, signor principe… ho parlato perché è mio dovere farlo… del resto…”
“Certamente, madre badessa, certamente.”
Scambiate queste poche parole, i due s’inchinarono vicendevolmente e si separarono, come se a tutt’e due pesasse restare lì faccia a faccia e ciascuno andò a raggiungere la propria compagnia.”
La falsità e l’ipocrisia regnano sovrane e impunite. E della scomunica, beh, se ne fanno un baffo.
Anche in questo caso, quanti tra i molti commentatori del libro hanno nel tempo sottolineato questo aspetto? Tutti con gli occhi puntati su don Abbondio: il parafulmine!
Quale altro religioso al pari di Cristoforo è pervaso di umanità e sincero amore verso il prossimo?
Non lo è quel frate di Monza, che seguendo la richiesta di fra Cristoforo, chiede alla Gertrude ormai famosa monaca a Monza di ospitare Agnese e Lucia.
Costui si vanta di saperla raggirare con finta condiscendenza, ma di fatto anche lui è sottomesso alla personalità maligna della donna.
Capitolo IX
– Gran bel tipo questa signora! – pensava tra sé camminando – Curiosa davvero! Ma, chi sa prenderla per il suo verso, le fa fare quello che vuole.
Dopo pensa con compassione a Cristoforo per il fatto che l’amico va a sempre a cercarsi ‘gatte da pelare’. Ma lo ‘scusa’ perché in fondo lo fa a fin di bene. Infine ha un moto di vanità e di orgoglio, non degni dell’umiltà che dovrebbe risiedere nell’anima di un frate:
“Il buon Cristoforo non si aspetterà di sicuro che io l’abbia servito così bene e così in fretta. Non c’è nulla da fare, quell’uomo deve sempre prendersi qualche gatta da pelare, però lo fa per far del bene. Buon per lui che questa volta ha trovato un amico che senza tanto chiasso, senza tanto fai e disfa, senza tante storie, ha portato a termine l’affare in un batter d’occhio. Sarà contento il mio Cristoforo quando vedrà che anche noi qui, siamo capaci di fare qualcosa di buono. -“
Vanità e orgoglio per questo frate.
C’è poi quel sacerdote che esamina la giovane Gertrude per valutare se la sua vocazione è sincera. Manzoni lo chiama ‘il buon prete’. Ripete così tanto questo appellativo che viene da chiedersi se non sia ironico (scusate questa è una mia malizia…) Comunque ‘il buon prete’ si fa infinocchiare da quella ragazzina. Lei gli dà le risposte che quello ha bisogno di sentire, fingendo di essere pervasa da una vocazione vera. Ingannarlo è fin troppo facile e lo stesso Manzoni osserva come ben poco avesse davvero in potere di fare costui per evitare il sopruso del padre della ragazza e di come tutto sommato non se ne preoccupa troppo:
Capitolo X
“Partito che fosse lei rimaneva sola con il principe. E qualunque cosa avesse poi patito in quella casa, il prete non l’avrebbe saputo, o anche sapendolo, con tutta la buona volontà, non avrebbe potuto far altro che aver pietà di lei, quella pietà tranquilla e misurata che in genere si concede, più per cortesia che per altro, a chi è stato causa, o quanto meno ha fornito il pretesto per il male che subisce. L’esaminatore si stancò di fare domande prima che la sventurata si stancasse di mentire.”
Insomma, anche la figura di questo religioso è poco nobile e ciò che fa non rende molto onore al suo ruolo.
C’è anche quel fraticello che fa quasi tenerezza, fra Galdino. Di certo in lui non vi è né malizia, né ambizione, né vanità. Eppure?
Esiste un termine in piemontese con cui lo si potrebbe definire: bun om. Termine che si differenzia dalla traduzione letterale in italiano che sarebbe: buon uomo. Perché vi include un che di compassionevole compatimento per una persona il cui intelletto è un po’ limitato.
Quando il nostro Galdino si trova davanti Agnese disperata, perché venuta a chiedere notizie di fra Cristoforo scopre che quello non è più a Pescarenico, e non si sa quando e se tornerà, il fraticello è totalmente incapace di entrare in empatia con la disperazione della donna e non sa fare altro che sciorinarle l’elenco dei frati disponibili nel convento in sostituzione di un frate per lei insostituibile.
E alla fine del breve colloquio in cui Agnese realizza che quello non capisce nulla del suo dolore e se ne va molandolo lì, l’unica preoccupazione del frate è ricordarle che presto passerà da casa sua a ritirare l’elemosina delle noci. Un fraticello buono ma anche povero di spirito, molto povero, pressoché inutile al bisogno di consolazione e di aiuto di Agnese.
E questi sono i religiosi che Manzoni ha creato per il suo racconto: un fra Cristoforo, un santo, non tanto nel senso di persona dedita alla meditazione e alla preghiera, ma all’agire e al sacrificare tutto di sé per andare in aiuto ai bisognosi e che per proprio per questo viene duramente punito dai suoi superiori. Un don Abbondio vile per antonomasia. Il padre provinciale, capo di un organismo religioso che china il capo alle richieste di un politico a danno di un suo frate e di due ragazzi che stanno subendo un sopruso. Un frate a capo di un convento che non ha nessun sentimento di pietà verso un suo frate ingiustamente castigato. Un amico di fra Cristoforo, frate anche lui soggiogato dal potere e dal casato della monaca di Monza e vanitosetto. Un buon prete che esamina la povera Gertrude e fallisce nel suoi compiti. Le monache del convento che la circuiscono e la fagocitano come farebbe un orco, salvo che poi gli resta incastrata nei denti e diventa una carie dolorosa. Un fraticello incapace di aiutare anche solo moralmente chicchessia.
Una critica di Manzoni a tutto campo che però curiosamente sembra quasi essere scambiata per espressione di religiosità del romanzo.
Come detto non compaiono in questa rassegna, l’arcivescovo Federigo Borromeo e i frati che si dedicarono ai malati di peste nel lazzaretto, perché non sono frutto della fantasia dell’autore ma personaggi realmente esistiti. A loro sarà dedicata la prossima puntata.
A presto!
Puntata 11
Rieccoci a parlare della genialità del Manzoni e dell’improbabile, pur se esaltata, grande religiosità di questo testo.
Ci eravamo lasciati con l’espressione “Vero genio”. E lo è davvero.
Come anticipato, finalmente parliamo della prova che dimostra come questo restare sul confine di una religiosità quasi sempre solo apparente, non sia casuale, ma sarebbe frutto di una scelta precisa e consapevole.
A provarcelo è l’unico manufatto sacro che lo scrittore descrive e l’immagine che vi è raffigurata. Non è una chiesa e nemmeno il mastodontico duomo di Milano, che tra l’altro suscita lo stupore di Renzo non in quanto simbolo mirabile della cristianità, ma per le sue colossali dimensioni e a cui dà giusto una sguardo affrettato a bocca aperta, colpito dall’enormità della costruzione.
Invece la costruzione sacra di cui parlo che è l’unica di cui Manzoni ci fornisce una qualche descrizione e che ci prova come lo scrittore scelga consapevolmente di tenere il suo romanzo fuori da una religiosità ben definita, è una modesta e un po’ malconcia, edicola votiva posta sul luogo d’incontro tra don Abbondio e i bravi:
Capitolo I (dalla mia riscrittura I Promessi Sposi – in italiano attuale)
“Là dove il sentiero biforcava, i muri invece di unirsi e formare un angolo, terminavano in un’edicola votiva, su cui erano dipinte certe figure, lunghe e serpeggianti, che finivano a punta. Nelle intenzioni del pittore e agli occhi degli abitanti d’intorno, esse significavano “fiamme”. Alternate alle fiamme vi erano altre figure difficili da descrivere, ma che significavano “anime del purgatorio”. Anime e fiamme di color rosso mattone, erano dipinte su un fondo grigiastro, in parte scrostato.”
Osservate come, per non tirare in ballo il nome di nessun santo, né di descriverci un’effige sacra, Manzoni compie un’acrobazia creativa inventandosi un’immagine sacra che sacra non è: le anime del purgatorio.
Chi mai ha visto un’edicola votiva dedicata alle anime del purgatorio? Chiamate anche oratori, quindi luoghi di preghiera, per loro natura le edicole votive, sono dedicate a santi protettori, alla Madonna o a Cristo e a Dio onnipotente. Ma non ai peccatori. È vero che, come mi ha fatto notare Anna, un amica di Roma, ma di origini siciliane, nella sua terra d’origine vi è una preghiera popolare dedicata alle ‘Anime sante del purgatorio’. Ma sappiamo che la fantasia popolare è molto fervida e si inventa spesso una religiosità sui generis. Ma dichiarare sante le anime del purgatorio è un controsenso, un ossimoro. Se fossero sante non sarebbero lì, avvolte dalle fiamme a purgare le loro colpe. Una cosa priva di qualunque fondamento dogmatico o teologico.
Non ci si rivolge alle anime del purgatorio, come si fa con i santi, per chiedere che intercedano in nostro favore presso Dio o presso la Madonna. Quella preghiera siciliana lo fa, d’accordo, ma non credo che si tratti di un dogma approvato dalla Chiesa.
E il nostro don Abbondio, dopo l’incontro con i bravi non si ferma a lì pregare per chiedere a quelle anime un aiuto, un intercessione, come farebbe una persona religiosa quando è in pena e ha davanti a sé un effige sacra di un santo vero, riconosciuto, ma va dritto a casa a consolarsi con un bicchiere del suo vino che gli mette sempre a posto lo stomaco.
Manzoni quindi sa bene cosa fa. È chiaro che non c’è nulla di casuale a riguardo degli aspetti religiosi elusi.
Nel romanzo vi sono poi altre curiosità che vale la pensa di evidenziare. Una è nell’incontro tra fra Cristoforo e don Rodrigo. Prestate molta attenzione alle parole di questo breve passo:
Capitolo VI
(a parlare è fra Cristoforo)
“Per amor del cielo, per quel Dio al cui cospetto dobbiamo tutti comparire…” e così dicendo aveva preso tra le dita e messo davanti agli occhi dell’accigliato ascoltatore, il teschietto di legno che teneva appeso alla sua corona.”
Il teschietto di legno appeso alla corona, scrive Manzoni. Ma che cosa vi è di appeso a una corona del rosario? Non un teschietto, ma una croce! E l’anomalia non sfugge nemmeno allo stesso Manzoni. Infatti nell’illustrazione che ritrae la scena, realizzata da Francesco Gonin dietro attenta supervisione dell’autore, il teschietto non c’è, è correttamente sostituito dalla croce. Evidentemente Manzoni era consapevole che il teschietto rappresentava un’anomalia e sapeva che in un’illustrazione quella cosa strana sarebbe balzata, è il caso di dirlo, agli occhi. Perciò fa realizzare l’illustrazione correttamente, però il testo lo lascia com’è. Sarà solo per un fatto tecnico, perché non era più possibile correggerlo o si è trattato di una scelta precisa? Chi lo sa?
Parliamo ora della struggente scena della madre che consegna la piccola Cecilia, morta di peste, ai monatti. E di come anche qui vi siano aspetti curiosi. Leggiamola e poi commentiamo.
Capitolo XXXIV
“La madre, datole un bacio sulla fronte, la mise lì come su un letto, la sistemò, le stese sopra un lenzuolo bianco e le disse le ultime parole:
“Addio Cecilia, riposa in pace! Questa sera verremo anche noi e resteremo insieme per sempre. Prega tanto per noi e io pregherò per te e per gli altri.”
Poi voltandosi di nuovo verso il monatto disse:
“Lei, questa sera, passando di nuovo di qua, venga su a prendere anche me e non me soltanto.”
Così detto rientrò in casa e un momento dopo si affacciò alla finestra tenendo al collo un’altra bambina più piccola, viva, ma con in volto i segni della morte. Rimase a guardare quell’indegno funerale della sua bambina, finché il carro non si mosse, finché fu visibile, finché non scomparve.”
A ben vedere questa scena, così come l’ha scritta Manzoni, potrebbe essere spostata, esattamente com’è, in un epoca precristiana o in una civiltà pagana e funzionerebbe lo stesso, perché di religiosità cristiana non contiene nulla. Vi è solo quella frase finale che invita a pregare, ma resta sul vago e non dice chi.
Io ero il secondo di sette fratelli e almeno gli ultimi due sono arrivati quando io ero già in grado di ricordarli in fasce. Un ricordo che ho di mia madre, donna molto religiosa, è che la sera prima di metterli nella culla faceva su di loro il segno della croce, come per dedicare e raccomandare quelle creature a Dio. Quel gesto era la preghiera che essi non potevano dire. Sono sicuro che al posto della madre di Cecilia, dopo aver posato il corpicino sul carro, una madre religiosa come la mia, avrebbe tracciato un segno della croce su quel corpo e avrebbe recitato alcune preghiere. Almeno un de profundis e un requiem. Poi a conclusione di quel mesto funerale si sarebbe segnata lei con il segno della croce (e l’abbiamo già ripetuto più volte, questo gesto nessuno lo compie in tutto il libro).
Io trovo sorprendente, che nessuno in quasi duecento anni, abbia voluto notare come di religioso in questa scena non ci sia nulla, nessun accenno di preghiera cristiana, nessun accenno di ritualità cristiana. E di nuovo mi devo ripetere: non lo notano i suoi estimatori e nemmeno i suoi detrattori, che da questa scena, come da tante altre in verità, potevano trarre spunto per cercare di screditare l’autore. Cosa che non avviene! Davvero incredibile.
Volendo poi pignolare sulle parole c’è una frase il cui un verbo risulta non del tutto appropriato.
Leggo questa volta dal testo originale.
Capitolo XXXIV
“Vide in fondo a quella strada un prete col capo chinato e l’orecchio allo spiraglio; e poco dopo vide alzar la mano e benedire. Congetturò quello che s’era fatto, cioè che finisse di confessar qualcheduno.”
Intanto prendiamo atto che quando vuole Manzoni, senza troppe parole sa rappresentare una benedizione vera, cosa che, come abbiamo visto, ha evitato di fare con fra Cristoforo. Ma lo strano qui è che di fatto al termine della confessione, il gesto della mano non accompagna la benedizione ma l’assoluzione. La benedizione, ne abbiamo già parlato, è anch’essa accompagnata dallo stesso gesto ma le parole sono altre e si usa in altre occasioni. Certo, dopo il rito il sacerdote può anche dire una frase benedicente del tipo: “va e non peccare più” ma è opzionale e arriva a sacramento concluso. Capisco che Manzoni intendeva dire che Renzo vide un gesto simile a quello di una benedizione. Ma poteva benissimo scrivere semplicemente: vide fare un gesto con la mano e congetturò quello che s’era fatto, ecc. O specificare: vide tracciare un segno della croce nell’aria e congetturò, ecc.
Perché usare un verbo inappropriato, che indica un momento religioso diverso da quello che sta avvenendo?
Sono io che pecco di eccessiva pignoleria? È lecito confondere l’assoluzione con la benedizione?
Capita a volte che quando parlo di questi temi, qualcuno mi tiri fuori il giansenismo del Manzoni. Intanto la sua adesione al giansenismo per quel che ho potuto capire, sembra essere più una speculazione che un fatto provato. Ma in ogni caso questo non motiva nulla, anzi. I giansenismo fu un movimento sviluppatosi soprattutto in Francia e fu poi dichiarato eretico.
Il dogma di Giansenio fondamentalmente negava l’esistenza del libero arbitrio. Vale a dire che, diversamente da quanto sostenuto dalla chiesa di Roma, non siamo noi che decidiamo per noi stessi se stare dalla parte del bene o del male. Scelta che ci condurrebbe verso la salvezza eterna o verso la dannazione. Ma nasciamo già predestinati a quello che sarà il nostro destino nel dopo vita. Si nascerebbe già predestinati all’inferno o al paradiso.
La faccenda ovviamente sfociò in guerre tra la chiesa di Roma e i giansenisti francesi. In realtà più per il bisogno di affermare il potere di Roma da una parte e il non volerlo riconoscere dall’altra, che per la questione dogmatica in sé. Successe un po’ come dice Manzoni al capitolo I:
“Questioni nate da una parola e risolte a pugni o a coltellate”.
Ma che cosa ha a che vedere il libero arbitrio con l’assenza di riti, cerimonie e tutto il resto?
E poi se Manzoni avesse scritto I Promessi Sposi con una visione giansenista, sarebbe un libro dai contenuti eretici, quando invece è esaltato dai suoi estimatori, ed è criticato dai suoi detrattori, per l’identico motivo: la sua grande dimensione religiosa. Intendendo la religione cattolica.
Davvero tutto molto strano e misterioso.
Vi è anche un saggio di Aldo Spranzi, “Il segreto di Alessandro Manzoni”, Unicopli 2001. Spranzi addirittura sostiene quanto segue: (cito dal sito dell’editore) “La tesi sostenuta è che Manzoni abbia finto per tutta la vita una fede che non aveva per coprire la finzione che domina il romanzo, apparente apologia della religione cattolica, di fatto opera pervasa da un radicale nichilismo anticristiano.”
Non vorrei farmi un nemico in Aldo Spranzi ma a me pare un po’ una forzatura.
Sono ben consapevole che anch’io sto confutando la presenza della religione nei Promessi Sposi, ma non sto dicendo che Manzoni ci ha rifilato un libro falsamente pregno di religiosità. Che abbia voluto fregarci. Il mio pensiero è che lui ha creato un’opera in libertà, mettendoci dentro quello che riteneva opportuno metterci, seguendo un’ispirazione com’era suo diritto fare. Come ogni creativo ha diritto di fare. Le cose che ha scritto sono chiare, non ci sono trucchi o inganni. Non è una scrittura a due facce.
Quello che io intendo è che siamo noi lettori che per duecento anni o poco meno vi abbiamo letto quello che volevamo leggerci. Siamo noi che abbiamo preferito ingannare noi stessi. Un’opera che forse vola troppo in alto e occorreva riportarla al piano della nostra cultura pregna, questa sì, di religione cristiano cattolica. Un’opera che forse corre troppo avanti e bisognava frenarla per tenerla nel raggio della nostra visone della cristianità.
Probabilmente ha giocato anche l’aver voluto erroneamente vedere l’autore rispecchiato nella sua opera. Di averli ritenuti una cosa unica, cosicché la reputazione del Manzoni quale uomo non solo di grande fede, ma anche molto religioso, ha da sempre influenzato la lettura del romanzo. Ma un’opera e il suo autore non andrebbero mia confusi. Per quanto possa sembrare strano un’opera è sempre distinta e generalmente diversa dal suo autore, così come una madre è distinta e diversa dal figlio che ha generato. Credo che ciò avvenga in quanto un’opera è frutto di un’ispirazione che eleva l’autore al di sopra della sua natura ordinaria.
A questo proposito vi è anche un testo che fui invitato a leggere di Sebastiano Brocchi, il quale considera Manzoni e tutti i grandi creativi, quindi artisti, inventori, scienziati che hanno lasciato un segno nella storia, degli Iniziati a una religione non religione, che li mette in relazione diretta con Dio. Connessi con un aldilà da cui traggono quell’ispirazione che supera i limiti della mente umana e permette loro di raggiungere livelli di creatività superiore.
Io non sono molto affascinato da questo genere di teorie, sia perché difficili da provare in concreto, sia perché privilegio la possibilità che la nostra mente possa per natura e in determinati momenti favorevoli, spingersi oltre i confini ordinari. Il miracolo è nella natura. Però riporto una frase del Brocchi che ho trovato interessante:
“Credo dunque che Manzoni fosse un Filosofo, nel senso più autentico del termine, libero dalla preoccupazione di essere anche un devoto di qualche religione. Con ciò non dico che egli fosse ateo. Egli faceva parte di quelli che non credono in Dio, ma sanno di Dio.”
Chiudiamo questa faccenda della religiosità, che ormai possiamo dire, più che altro immaginata, con un ragionamento.
Se una persona qualsiasi, come potrei essere io o chiunque voi, affermasse di credere in Dio, di avere Fede, ma non prendesse nella dovuta considerazione, se trascurasse quei sacramenti e quei precetti che, secondo la religione cattolica, tracciano la via verso la salvezza eterna, sarebbe costui ritenuto un fedele cristiano per il solo dire: “io ho fede nella Divina Provvidenza, ho Fede in Dio“? Ovviamente no. La partecipazione ai riti e ai sacramenti accomuna i cristiani ed è indispensabile per divenire parte del grande corpo dei fedeli. Il corpo del popolo di Dio. Non esserne partecipi significa restarne fuori.
E come s’è visto, Manzoni, pur attribuendo ai suoi personaggi una grande fede nella Divina Provvidenza, non li mostra partecipare a nessuno di quelli.
A dirla tutta mi è anche passato per la testa l’idea che Manzoni abbia scritto I Promessi Sposi pienamente consapevole di giocare con una religiosità poco religiosa, ma che in seguito alla pubblicazione, giacché nessuno pare essersi accorto di questo fatto, anzi tutti ci hanno visto quello che ci volevano vedere e averlo lodato (o criticato) per quello che di fatto nel testo non c’è, egli stesso, col tempo, si sia dimenticato dell’intenzione originale e abbia finito per accettare per il suo romanzo la condizione che gli veniva attribuita, vale a dire di testo pregno di religiosità… che non c’è. Per lo meno non c’è nelle forme che la catechesi cristiano-cattolica insegna e professa.
Non è poi così paradossale che Manzoni possa essersi dimenticato del suo iniziale progetto e abbia accettato anche lui quello che gli altri gli attribuivano.
Mi riferisco di nuovo al fenomeno dell’inganno consapevole di cui ho parlato solo un paio di puntate fa, oltre che nella primissima puntata di questo podcast. Fenomeno a cui accenna anche Melville nel suo Moby Dick: un inganno di cui siamo consapevoli, ma a cui, per strani meccanismi psicologici, accettiamo di assoggettarci.
Manzoni stesso osserva e riporta con stupore un atteggiamento simile del medico Tadino. Costui, inviato dall’ufficio della Sanità milanese nei paesi dove la peste stava iniziando la sua diffusione, aveva visto e riconosciuto prima di chiunque altro che quella era peste e che era conseguente al passaggio dei lanzichenecchi, eppure darà poi credito alle macabre favole sugli untori.
Scrive Manzoni al capitolo XXXII:
Ma quello che più di tutto sbalordisce è vedere come i medici cambiarono il loro atteggiamento, intendo quei medici che fin dall’inizio avevano capito che era peste, e qui mi riferisco in particolare al Tadino, il quale l’aveva pronosticata, vista arrivare, osservata nel suo svilupparsi. Il quale aveva detto e predicato che era peste e che si contagiava con il contatto tra persone, che se non si correva ai ripari ne sarebbe rimasto infettato tutto il paese! Ebbene sconcerta il vederlo poi considerare questi stessi effetti come prove certe delle unzioni venefiche e malefiche. Lui che aveva visto i deliri di Carlo Colonna, il secondo uomo che morì di peste, lui che aveva notato come il delirio fosse una conseguenza della malattia, finisce poi per riportare come prova delle unzioni e della congiura diabolica, il fatto che segue:
due uomini avevano testimoniato di aver sentito raccontare da un loro amico ammalato, che una notte due persone gli erano entrate in camera promettendogli la guarigione e del denaro, se accettava di ungere le case del vicinato. Quando lui si rifiutò, quelli se ne andarono lasciando al loro posto un lupo sotto il letto e tre gattoni sopra e “che fino al far del giorno vi dimorarono”.
Se fosse stato un solo uomo a ragionare in quel modo, diremmo che era un personaggio strambo, o nemmeno se ne sarebbe parlato, ma purtroppo erano in tanti, anzi, quasi tutti erano così. Così è lo spirito umano! E tutto questo ci porta ad osservare come una serie ordinata di idee ragionevoli, possa essere sconquassata da un’altra serie di idee irragionevoli che si gettano di traverso. E si consideri che quel Tadino era uno degli uomini più autorevoli del suo tempo.
Come vedete ne parla anche Manzoni in riferimento a uomini per altri versi stimati. Anche se lui non sa bene come definire quell’atteggiamento e ai suoi occhi appare incredibile, strano e anomalo. Ma gli innumerevoli esempi e le incredibili storie di inganni, che possiamo definire ‘consapevoli’ storicamente osservabili, ci dicono che è sicuramente curioso, ma non così raro, anzi. E giacché è un fenomeno che ci riguarda praticamente tutti, non solo pochi sprovveduti, perché non dovrebbe riguardare anche Manzoni?
Ovviamente questa è un’ipotesi personalissima che vale per quello che vale, ma poi va a sapere come stanno davvero le cose.
Prima di terminare definitivamente la puntata, intendo chiarire che qualora io sia sembrato critico verso l’opera del Manzoni, che per mia disgrazia l’abbia in qualche modo svalutata, ebbene non è ciò che intendevo. Credo invece che questa colossale illusione ottica letteraria e filosofica, sia assolutamente geniale e aggiunge, a tutti i motivi per i quali l’opera del Manzoni è stata elevata a capolavoro, un motivo in più per considerarlo tale.
Anche perché tenendolo sul confine di una religiosità che sfugge di mano come un’anguilla, rende la sua opera apprezzabile e apprezzata anche da chi credente non è. Così come l’ha concepita trasmette quel senso di universalità filosofica dove la Divina Provvidenza esiste, pure se chiamata con altro nome, in molteplici filosofie non necessariamente cristiane. Anch’esse però alla ricerca del benessere interiore, dell’amore verso ogni cosa, verso tutto il creato. Chiunque sia il creatore. Filosofie che affermano che esista un legame universale, che nulla avviene per caso, che tutto è collegato e connesso. E c’è chi lo chiama Karma, chi semplicemente: potenza del pensiero positivo. Magari altri lo chiamano in altri modi, comunque filosofie antichissime esistenti già prima che la cristianità avesse definito i suoi dogmi.
Marco Aurelio nel suo Ricordi scritto nel II secolo, riporta un pensiero che rappresenta una filosofia allora già esistente:
“Come non fa meraviglia che tutti i fatti che accadono in noi nel medesimo tempo siano collegati, così non deve farne che gli eventi del mondo siano unitariamente connessi.”
“Tutte le cose provengono dal comune, divino egemonico anche quelle apparentemente cattive.”
“Tutti gli eventi sono concatenati, in reciproca dipendenza e in mutua amicizia. La sostanza del mondo è una.”
L’unica cosa a cui secondo me occorre fare attenzione, quando si parla di Divina Provvidenza o di risposte dell’Universo, a non credere che le cose funzionino come in un distributore automatico: “ci ho messo 2 euro di buone azioni, perciò il mio desiderio deve venir fuori esaudito automaticamente”. Facciamocene una ragione, non funziona così. I concatenamenti, le risposte dell’universo, l’attenzione della Divina Provvidenza seguono percorsi piuttosto misteriosi. Forse in questo, la narrazione dei Promessi Sposi può dare qualche illusione.
Abbiamo concluso il tema della “fortissima impronta religiosa” (Roberto Bizzocchi) presente nei Promessi Sposi, ma ci resta ancora da esplorare il mondo dei religiosi che popolano il romanzo e capire perché don Abbondio, il meschino, sventurato don Abbondio, in fondo non è che un povero parafulmine. Cosa che faremo nella prossima puntata.
Arrivederci!
Puntata 10
Proseguiamo con il tema iniziato nella precedente puntata della “fortissima impronta religiosa” nei Promessi Sposi, e andiamo a vedere cosa c’è di vero.
Ma prima rammentiamo la distinzione che abbiamo fatto la volta scorsa, per la quale Fede e religiosità non sono la stessa cosa: la prima è un sentimento invisibile, la seconda è fatta di azioni e riti visibili.
Tra l’altro ad aggiungere un po’ di confusione vi è anche la parola fedele che deriva da fede. Se la si intende come sostantivo ha uno stretto rapporto con la religione, ma come aggettivo finisce spesso usata con gli animali, in particolare con il cane. E neppure questo aiuta a fare distinzioni chiare.
Comunque tornando a noi, eravamo rimasti ad osservare come Manzoni non ci faccia mai entrare in chiesa per assistere a riti, funzioni religiose, ecc.
Di certo a qualcuno verrà in mente, come prova contraria, la narrazione che il sarto fa della Messa solenne celebrata dall’arcivescovo Federigo Borromeo. Ma appunto, è una narrazione fatta per interposta persona, noi lettori non vi partecipiamo. Inoltre la narrazione è concentrata sulle parole della predica, non sul rito in quanto tale.
Capitolo XXIV – (della mia riscrittura ‘I Promessi Sposi – in italiano attuale’)
“Il sarto, fin dai primi bocconi, cominciò a raccontare della cerimonia con grande enfasi, ma veniva continuamente interrotto dai ragazzini che mangiavano in piedi intorno alla tavola e che, avendo visto quel giorno troppe cose straordinarie, non potevano accontentarsi di fare solo la parte degli ascoltatori. Descrisse le solenni cerimonie, poi passò a parlare della conversione miracolosa. Ma ciò che l’aveva impressionato di più e su cui tornava continuamente, era la predica del cardinale.
“Vedere un uomo così importante” diceva “lì, davanti all’altare, al pari di un semplice parroco…”
“E quella cosa d’oro che aveva in testa…” aggiungeva una bimbetta.
“Sta’ zitta. Se penso che quell’ uomo tanto importante e così sapiente, che a quel che dicono ha letto tutti i libri che ci sono, cosa che nessun’altro è riuscito a fare, neanche in Milano, se penso che sa adattarsi a dire le cose in modo che tutti capiscono…”
“Ho capito anch’io.” disse un’altra linguetta di bimba.
“Sta’ zitta, cosa vuoi aver capito tu?”
“Ho capito che spiegava il Vangelo al posto del parroco…”
“Sta’ zitta. Non dico chi ha studiato, che è obbligato a capire, ma anche i più ignoranti, i più duri di testa, riuscivano a seguire il filo del discorso.”
Forse l’unica cerimonia religiosa raccontata in dettaglio, che comunque non avviene in una chiesa, è la solenne processione con cui si è portato nelle vie di Milano la salma di San Carlo Borromeo nella speranza che il santo concedesse la grazia di far cessare la peste. Eppure anche in questo caso lo scopo della narrazione non è l’atto di fede in sé, anzi:
Capitolo XXXII
“Il giorno dopo, mentre regnava la sciocca e presuntuosa fiducia, anzi, per molti si trattava di una fanatica certezza, che la processione avesse sgominato la peste, le morti crebbero in tutte le classi sociali e in ogni parte della città. A tutti fu chiaro che quell’istantaneo inasprirsi, quel balzo improvviso, fu a causa o in conseguenza della processione stessa”.
La narrazione di questa cerimonia, è di nuovo occasione per sollevare una critica. Una disapprovazione. In questo caso alla ‘sciocca e presuntuosa fiducia’ che una processione potesse far cessare la peste. È chiaro che Manzoni non crede che una cerimonia religiosa e il portare i resti di un santo per le vie di una città sofferente per un terribile contagio, possa avere un effetto miracoloso. Lui non ci crede.
Però, per completezza d’informazione, devo dire che l’amico Toti Sutera, professore e scrittore palermitano, che saluto con affetto ‘Ciao Salvatore!’ mi ha fatto notare che risulta documentato come la processione in onore di Santa Rosalia, tenutasi a Palermo in quello stesso periodo e per lo stesso motivo, ottenne davvero l’effetto sperato. Miracolosamente, dopo la processione, a Palermo la peste si dileguò. Almeno questo è ciò che mi ha raccontato il professor Sutera.
Pertanto i termini ‘sciocca e presuntuosa fiducia’ e ‘fanatica certezza’ potrebbero essere inappropriati. Ma sia chiaro: non sono parole mie, sono le parole usate da Manzoni.
Altro aspetto molto curioso di questa religiosità nei Promessi Sposi, o presunta tale, è che Manzoni elude anche il precetto della S. Messa domenicale.
Tommaso di Salvo, nella sua edizione scolastica dei Promessi Sposi, ha avuto cura di indicare, dov’è stato possibile risalire, le date e i giorni della settimana in cui avvengono i fatti narrati. Manzoni specifica che don Abbondio incontra i bravi la sera del 7 novembre 1628, che come ricostruito da Di Salvo, sarebbe un martedì.
Di conseguenza la rivolta di san Martino a cui partecipa Renzo avverrebbe a Milano nei successivi giorni di sabato e domenica.
Sabato sera, dopo aver fatto un po’ di chiasso in strada, Renzo va in un osteria e si prende una solenne sbronza. L’oste lo metterà a nanna e all’alba, a svegliare il ragazzo, arrivano tre sbirri che vogliono arrestarlo. Ma Renzo trova il modo di fuggire.
È domenica mattina quindi, quando lo vediamo scappare da Milano e correre verso Bergamo. Sappiamo di certo che Renzo è un buon cristiano, su questo non ci sono dubbi. E sappiamo anche che per un buon cristiano la Messa della domenica è irrinunciabile. Per chi è cristiano, non partecipare alla Messa della domenica è colpa grave. Lo è oggi e lo era al tempo dei Promessi Sposi.
Renzo, in fuga nelle campagne tra Milano e Bergamo, ha molte preoccupazioni, ma questo non sarebbe dovuto bastare a far sì che nella sua mente il dovere di partecipare alla messa fosse del tutto annullato. Anzi, doveva essere una preoccupazione in più. A parte che volendo Manzoni poteva benissimo fargli trovare una chiesetta di campagna in cui si celebrava una messa e fargli fare una sosta. Quanto meno farlo imbattere in una delle tantissime edicole votive raffiguranti Cristo o la Madonna e fargli dire una preghiera, chiedendo perdono per non poter assolvere a quel suo dovere di cristiano. Invece la questione non sembra sfiorarlo nemmeno.
E alla sera infine Renzo troverà un capanno per passare la notte ed ecco cosa fa:
Capitolo XVII
“Però prima di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva preparato, si inginocchiò per ringraziarla di quella grazia e di tutta l’assistenza che aveva ricevuto in quella terribile giornata. Recitò poi le sue solite preghiere e chiese perdono a Signoreiddio per non averle dette la sera precedente, anzi, per usare le sue stesse parole, per essere andato a dormire come un cane, o peggio.”
Manzoni quindi gli fa chiedere perdono per un peccato veniale quale è il non aver detto le preghiere la sera precedente. Ma non vi è nessun accenno a riguardo di un peccato molto più grave, come il mancare al precetto che obbliga un cristiano a partecipare alla santa Messa domenicale. Un precetto che deriva direttamente dal terzo comandamento: ricordati di santificare le feste!
Non è una cosa molto strana per un testo che come abbiamo sentito dire nella scorsa puntata dal professor Bizzocchi, ha una “fortissima impronta religiosa” così pure il professor Barbero sostiene che nel testo troviamo “una forte dimensione religiosa”?
Beh, se non è strano perlomeno è curioso…
Molto curiosa, è anche la conversione dell’Innominato. Dal punto di vista religioso intendo.
Costui tiene sotto custodia, nel suo castellaccio, Lucia che ha fatto rapire per conto di don Rodrigo. Ma ha passato una notte tormentata nella quale, schiacciato dal peso di tutto il male che ha fatto nella sua vita sciagurata, ha anche pensato di farla finita.
Quella mattina scopre che l’arcivescovo Federigo Borromeo è arrivato in visita alla parrocchia del paesino poco lontano da quel suo castellaccio e decide di andare ad incontrarlo. La personalità dell’arcivescovo lo fa capitolare, si pente del male che ha fatto, scoppia in un pianto dirotto e si converte. Poi racconta di come Lucia sia nel suo castello.
L’arcivescovo provvede subito a trovare una carrozza per mandare l’Innominato a liberarla e a condurla lì.
Cosa c’è di curioso in tutto ciò?
Una conversione, per essere tale, necessiterebbe di passi ben precisi. Probabilmente l’Innominato è già stato battezzato da bambino. Questo credo che lo possiamo dare per certo, quindi il suo primo passo verso la conversione, che in questo caso è un rientrare nei ranghi della cristianità, sarebbe accedere al sacramento della penitenza, quello che ai tempi del mio catechismo era la confessione.
Un sacramento, perché si consideri celebrato, necessita di una ritualità che include una frase e un gesto o un’azione specifici. Senza il gesto e la frase, il sacramento non ha luogo.
Per esempio, quel battesimo che l’Innominato certamente ha già ricevuto, avviene versando dell’acqua benedetta sul battezzando, poi l’officiante, disegnando una croce nell’aria, recita la frase: ‘io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo’. Senza l’acqua e senza quella frase, il battesimo non è avvenuto.
Allo stesso modo il sacramento della penitenza, non ha luogo se non vi è la confessione dei peccati. Ora più o meno questa parte è narrata, molto più o meno. Ma d’altra parte la lista sarebbe così lunga che l’Innominato e il cardinale Federigo, dovrebbero passare un paio di giorni a raccontarsela. Credo che il sacerdote dovrebbe anche comminare una penitenza, ma non so quanto questa sia opzionale. Però è indispensabile che l’officiante, vedendo il sincero pentimento del peccatore, reciti la formula: ego te absovo a peccatis tuis… io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, ecc. Anche in questo caso, disegnando una croce nell’aria.
Senza queste parole e senza il gesto, la remissione dei peccati non c’è.
Ma Manzoni non ne fa cenno. Che lo dia per avvenuto, come ho già detto, non esiste. Ci racconta di abbracci tra i due, del pianto dell’Innominato per la consapevolezza del male fatto, del suo rammaricarsi per quello che non potrà più riparare e del suo rallegrarsi per quello che può invece sospendere. Il dialogo tra i due occupa circa tre pagine, ma un richiamo, un accenno a un gesto di assoluzione dei peccati da parte del vescovo, non c’è.
Non era mica necessario descriverlo in dettaglio, poche parole che ne facessero cenno, più o meno come abbiamo visto nella puntata scorsa per il caso della benedizione mancata. Non gli costava nessuna fatica, né avrebbe appesantito il racconto. Invece anche qui non lo fa.
Poi ecco che subito dopo, anche il precetto della messa domenicale viene di nuovo eluso. È domenica è l’Innominato, ora nuovo membro della comunità cristiana, avrebbe dovuto, e sottolineo dovuto, partecipare alla santa Messa. Ne sarebbe obbligato anche lui come tutti. Ancor più che la sua presenza in chiesa, per la sua prima Messa da convertito, con un officiante come l’arcivescovo Federigo Borromeo, avrebbe assunto un valore straordinario. Federigo invece, o meglio, Manzoni, lo manda immediatamente a liberare Lucia. Che tra l’altro non sta correndo nessun pericolo reale. È prigioniera, lo sappiamo, ma è anche protetta per ordine dell’Innominato stesso e nessuno oserebbe contravvenire all’ordine di quel terribile signore.
Ma accettiamo pure che l’immediata liberazione di Lucia è prioritaria rispetto al precetto della Messa domenicale. Che ritardare la sua liberazione di un’ora o un’ora e mezza, per permettere all’Innominato di rispettare quel precetto, per quanto fortemente simbolico data la sua conversione appena avvenuta, sarebbe stato comunque poco opportuno. Però come minimo l’arcivescovo avrebbe dovuto ricordare all’Innominato, e a noi lettori, che si trattava di una dispensa straordinaria che lui gli concedeva in virtù della sua autorità. E solo per quella volta e per quell’occasione particolare.
Lo stesso vale per le persone che l’accompagnano: la moglie del sarto che è molto religiosa, il cocchiere e lo stesso don Abbondio. Tutti destinati a non rispettare il precetto della Messa domenicale, a non onorare il comandamento ‘ricordati di santificare le feste’. E la cosa avviene con una noncuranza da farla sembrare priva di reale importanza. Come se per Manzoni quel precetto non avesse peso alcuno. Curioso no?
Come non notare poi che appena divenuto nuovo membro della comunità dei credenti e appena confessato (forse), l’Innominato quella domenica non riceve neppure la sua prima comunione da convertito? Oltretutto, anche se il rito della comunione generalmente avviene durante la messa, l’ostia sacra può comunque essere ricevuta indipendentemente da essa. Infatti si può accedere al sacramento della comunione in qualsiasi momento, purché riconciliati con Dio attraverso il sacramento della penitenza. L’arcivescovo, ma dobbiamo dire Manzoni, invece neppure ci pensa. Anzi appena tornato dalla sua missione e aver liberato Lucia, l’Innominato va a banchettare con Federigo Borromeo e i preti suoi ospiti. E amen.
Non solo quindi Manzoni, non racconta di un vero e proprio sacramento della penitenza, di una vera e propria confessione, ma anche niente precetto della santa Messa domenicale e niente sacramento della comunione. E se, come abbiamo detto nella precedente puntata, le cose raccontate in un romanzo come questo assumono un valore educativo che può essere positivo, o negativo, o nullo, quale valore possiamo attribuire, o Manzoni sembra attribuire, al precetto della Messa domenicale e ai sacramenti della comunione e della confessione?
E per essere oltremodo pignoli, neppure il battesimo dei figli di Renzo e Lucia rientra nella narrazione.
Capitolo XXXVIII
“Prima che finisse il primo anno di matrimonio, venne alla luce una bella creatura e neanche a farlo apposta, per permettere a Renzo di mantenere la sua bella promessa, fu una bambina, a cui naturalmente venne dato il nome di Maria. Col tempo ne arrivarono altri, dell’uno e dell’altro sesso.
(…)
Erano tutti intelligenti e Renzo volle che tutti imparassero a leggere e a scrivere, perché, diceva, visto che quella bella furberia esisteva, bisognava che anche loro ne approfittassero.“
Se le parole hanno importanza, ecco che qui Manzoni preferisce ‘le venne dato il nome’ invece di ‘fu battezzata’. Però il nostro autore, se non ritiene di nominare il battesimo, non trascura di dare rilevanza all’istruzione. Un’istruzione che sembra essere intesa come paritetica per i due sessi, cosa non da poco all’inizio dell’800, visto che a duecento anni di distanza qualcuno ancora oggi non considera i due sessi meritevoli di pari diritti. Grazie Manzoni.
Per chiudere con la faccenda dell’Innominato, notiamo che si racconterà che costui ha un posto in chiesa, quasi come riservato, nell’ultimo banco. Si parla del posto, ma di fatto la sua presenza in chiesa, durante una funzione, non viene mai mostrata.
D’altra parte non solo le funzioni, i riti, i gesti, ma anche le immagini sacre sono totalmente eluse nel romanzo. Manzoni non ci mostra mai l’immagine o la statua di alcun santo. Nessuno dei protagonisti, per quanto di grande Fede e in tribolazioni, prega o rivolge una supplica a un santo. Manzoni non ne nomina nessuno. Certo cita san Martino, ma è intesa come data del calendario. Altri nomi di santi vengono fuori solo in quanto nomi di chiese. Nel romanzo i santi sono quasi inesistenti. Dico quasi perché quando Renzo si riprende da un pensiero omicida nei confronti di don Rodrigo, Manzoni usa questa espressione: “si ricordò di Dio, della Madonna e dei santi.” In un’altra occasione Lucia dice: “qualche santo ci aiuterà”.
E ancora, Renzo, mentre da Monza va a Milano ha di nuovo sentimenti di odio nei confronti di don Rodrigo:
Capitolo XI
“Camminando gli si risvegliava di nuovo la stizza, ma vedendo un’immagine su un muro di qualche santo o della Madonna, si levava il cappello e si fermava un momento a pregare di nuovo. Tanto che in quel viaggio, in cuor suo, aveva ammazzato e resuscitato don Rodrigo almeno venti volte”.
Questa frase, oltre ad essere molto simpatica, quasi umoristica, è molto interessante. Le immagini della Madonna e dei santi ci sono, ma non vengono mai mostrate veramente. Non sono mai descritte. Per fare un parallelismo cinematografico è come se la macchina da presa inquadrasse l’azione di Renzo che si leva il cappello davanti a quella che sappiamo essere un’immagine sacra, ma che resta inquadrata da una prospettiva che non ci permette di vederla veramente. Inoltre, sempre a riguardo di gestualità religiose, Renzo si leva il cappello e prega, ma non lo vediamo farsi il segno della croce. Gesto che ritualmente apre e chiude le preghiere. Anche quando si tratta solo di un breve momento di meditazione silenziosa. D’altronde, come già accennato altrove, nessuno si fa il segno della croce in tutto il romanzo.
E non solo non si fa riferimento a nessun santo, ma neppure il nome di Gesù entra nel romanzo. Il crocifisso, come oggetto, è nominato due volte, ma solo per riportare una fatto storico realmente accaduto e che lo include, pescato dalle memorie dello storico Ripamonti. Anche il nome Cristo compare un paio di volte in tutto, sempre incluso anch’esso in narrazioni storiche tratte dal Ripamonti, mai nelle parti ideate dal Manzoni. Gli unici due oggetti simbolo religiosi che Manzoni utilizza nel racconto sono la croce, ma senza il Cristo crocifisso, e la corona del rosario. Nessun altro.
Uno dei rari momenti nel quale si percepisce davvero un sentimento di fede, seppure semplice e intimo, legato a una certa religiosità, un tipo di sentimento che si prova più nelle chiesette di campagna o di montagna che nelle grandi basiliche, ci viene trasmesso da Lucia, nel suo Addio ai Monti:
Capitolo VIII
‘Addio, chiesa, dove l’animo andava tante volte sereno, cantando le lodi del Signore, dov’era promesso e preparato un rito, dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto e l’amore riconosciuto e chiamato, santo.’
Questo è un momento raro: si ha la sensazione di affacciarsi in quella chiesa e di vedere Lucia che con voce soave canta le lodi al Signore e immagina le sue nozze. Che però non vedremo.
Vi sono poi altri gesti che trasmettono un senso di religiosità, una religiosità popolare, ma non sono molti:
Al capitolo XXIV il cardinale Federigo a sorpresa esce e va camminando verso la casa del sarto. La gente lo segue.
‘Chi poteva gli camminava di fianco, gli altri gli stavano dietro alla rinfusa. Il parroco si preoccupava e diceva:
“State indietro, tornate alle vostre case. Suvvia!”
Ma Federigo gli diceva:
“Li lasci fare.”
E camminava, ora alzando la mano a benedire la gente, ora abbassandola per accarezzare le teste dei ragazzi che gli venivano tra i piedi.’
Conclusa la visita:
‘Il cardinale andò benedicendo la casa.’
Al capitolo XXXVI vi è un sermone molto particolare con cui padre Felice Casati congeda i guariti dalla peste che stanno per uscire dal lazzaretto. Il frate conclude con una benedizione vera ed è forse è l’unica occasione in cui Manzoni cita il segno della croce:
Così Dio rimetta a voi ogni vostro debito e vi benedica.” Poi fece su quelle persone un gran segno di croce e si alzò.
Non si può non notare però che è un gesto fatto dal frate sugli astanti come benedizione. Un segno della croce fatto su se stessi non c’è mai in tutto il libro.
Sembra quasi che la narrazione manzoniana scorra su un confine: solo di tanto in tanto, per brevissimi attimi e marginalmente, entra nel territorio di quella che potremmo considerare un religiosità cristiana vera, ma per lo più e per gli aspetti più significativi, ne resta fuori. Un abilissimo camminare sul confine con qualche piccolo sconfinamento. Quel tanto che serve per non permetterci di dire ‘non succede mai’. Per lo più si limita a raccontare della Fede come sentimento, non la religiosità con le sue cerimonie, i riti, i gesti che la rendono religione.
È il matrimonio? Che dire del matrimonio di Renzo e Lucia? Finalmente dopo due anni narrati in alcune centinaia di pagine di disavventure, di guerre, di peste che si è portata via due terzi della popolazione di Milano e circa un milione di anime nel nord Italia, i due promessi riescono a sposarsi. Qualcosa Manzoni deve pur raccontare, di questo avvenimento: la cerimonia, gli addobbi, la chiesa, i vestiti. Leggiamolo.
Capitolo XXXVIII
“Arrivò l’esonero dal fare tre annunci in chiesa, arrivò l’assoluzione per Renzo, arrivò quel benedetto giorno in cui i due giovani andarono con sicurezza trionfale, proprio in quella chiesa dove, proprio per bocca di don Abbondio, diventarono sposi.”
Roba da non crederci, è quasi una barzelletta. Pur di evitare di raccontare una cerimonia e di portarci in chiesa per la celebrazione di un rito, riduce l’evento cardine del libro a queste poche scarne parole. Un vero genio!
Vero genio sì!
Ma ora facciamo una pausa. Torneremo sulla genialità del Manzoni nella prossima puntata in cui riprenderemo il nostro tema da dove lo lasciamo. Scopriremo qual è la prova che dimostra come nulla di tutto ciò sia casuale ma frutto di una scelta precisa.
Alla prossima!
Puntata 9
La grande religiosità di Manzoni nei Promessi Sposi… o supposta tale…
L’argomento è particolarmente corposo e pieno di interessanti sorprese, dovrò perciò dividerlo almeno in due puntate, se non addirittura in tre.
All’inizio di questo ciclo, nella prima puntata ho affermato che a mio parere questo libro è tenuto rinchiuso dentro una gabbia culturale, o tabernacolo culturale, che ne condiziona la lettura.
L’esempio che feci allora, è che ci si compiace nel dire che a dare l’avvio al libro sia la famosa frase poetica: “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno, ecc“, cosa però non vera perché, come abbiamo visto, Manzoni fa iniziare il suo libro con tutt’altre parole, con una burla.
Ebbene un’altra cosa detta e ripetuta con molta convinzione, è che nel libro dei Promessi Sposi sia presente una grande religiosità. Qui lo sentiamo dire da Alessandro Barbero:
“…così come l’ideologia del Manzoni e una forte dimensione religiosa…”
e lo sentiamo ripetere anche dal professor Roberto Bizzocchi:
“Certo c’è questo problema della fortissima impronta religiosa, ma quella c’è o non c’è. Io personalmente non la condivido questa fede di Manzoni, però…”
Ma è poi così vero?
Tempo fa ho pubblicato un opuscolo dal titolo provocatorio: ‘Non c’è religione – Che cosa non abbiamo capito, né mai capiremo, dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni?’
Infatti a ben vedere, se non ci si ferma sulla superficie e si osserva non maggior attenzione, qualche sorpresa ce l’abbiamo.
Però prima di entrare nel vivo dell’argomento occorre che chiariamo una questione linguistica molto importante, fondamentale. Ci dobbiamo accordare sul registro lessicale da adottare affinché le parole che usiamo abbiano un significato condiviso.
Culturalmente siamo indotti a considerare le parole: Fede e Religione/Religiosità come sinonimi, parole quindi intercambiabili. Come abbiamo sentito lo stesso Bizzocchi le usa come sinonimi:
“fortissima impronta religiosa (…) personalmente non la condivido questa fede di Manzoni”
Certo, le parole religiosità e fede sono molto spesso legate tra loro, se ne vanno volentieri a braccetto, ma ritenerle sinonimi non credo sia del tutto corretto.
O meglio, io credo che si debba distinguere la fede in Dio, pura e semplice fede in un Entità superiore, dalla fede nella religione come tramite, come mezzo che conduce verso Dio. Le due non sono la stessa cosa: la prima è rivolta all’entità stessa, la seconda a un mezzo che si ritiene possa condurre verso quell’entità. Entrambe presuppongono la fede nell’entità, certo, ma spesso nella seconda il mezzo tende a prevalere, a prevaricare, se non addirittura, scusate l’azzardo, a ricattare: se non hai fede nel mezzo non hai fede nell’Entità.
Ma nel romanzo di Manzoni, la fede nell’Entità, in Dio, nella Divina Provvidenza, appare fortemente preponderante rispetto alla fede nel mezzo.
Fatto questo distinguo, quando nel proseguo dico Fede intendo la prima, quella diretta all’Entità, invece quando dico religiosità intendo il mezzo, i dettami della religione.
Chiarito questo possiamo dire che la fede è simile all’amore: è un sentimento, quindi è cosa astratta. Come l’amore, non la possiamo toccare, non la possiamo vedere, ritrarre o fotografare. Non si può nemmeno condividere, nel senso che non la si può dividere in parti per distribuirla tra coloro che ne desiderano un po’, come fosse pane o acqua di fonte.
Invece la religiosità, è resa visibile e tangibile dai riti, dalle cerimonie, dalle azioni, dalle parole, formule, gesti e anche dagli abiti con cui ci si rende riconoscibili, come appartenenti a un gruppo, a una comunità. Cose queste che possono essere condivise. In definitiva la religiosità è il comportamento di chi segue i dettami della religione.
Ma l’esteriorità dei comportamenti non è di per sé certezza, garanzia di sentimento vero e sincero. Se uno vuole, se ha motivo di farlo, può simulare una grande religiosità indipendentemente che provi o meno un vero sentimento di Fede (tanto nell’Entità che nel mezzo). Proprio come chi, se ha motivo di farlo, può simulare l’innamoramento, indipendentemente da fatto che egli provi un sincero sentimento d’amore.
Se un tale si presenta da una donna con un gran mazzo di rose rosse, si crederà che costui provi un grande sentimento d’amore per lei. Ma possiamo esserne certi? Chi ci può dire che egli non abbia altri fini nascosti. Chi ci dice che non miri all’eredità di costei o attraverso lei voglia arrivare a un padre ricco e potente?
Lo stesso avviene nel rapporto Fede / religione. Grandi ostentazioni di religiosità non implicano una vera presenza della Fede nell’intimo. Non si sono forse visti criminali, specie quelli mafiosi ma non solo, recarsi regolarmente in chiesa e assolvere con dedizione e apparente devozione a quanto prescritto dalla religione?
Un sentimento, se pur nessuno lo vede, se c’è, se esiste nell’intimo di una persona, esiste, punto e basta. Che venga mostrato esteriormente o no. E a nessuno sulla Terra è concesso di capire dai comportamenti, da ciò che uno fa, se un sentimento c’è o non c’è.
Per questo io credo che religiosità e Fede debbano essere considerate cose distinte. Anche se spesso, anzi quasi sempre, si muovono assieme, non vanno comunque confuse. La differenza è chiara: la Fede non la vedo, la religiosità sì.
Ebbene è indubbio che Manzoni nei Promessi Sposi narra di una grande fede in Dio, soprattutto nella Divina Provvidenza. Possiamo aggiungerci anche nella Madonna. Ma finisce tutto lì.
Perché per quanto concerne tutto quello che ha a vedere con l’aspetto esteriore della religione, vale a dire i riti, le immagini, i precetti, i sacramenti, i gesti, le parole, insomma tutti quegli elementi su cui una religione, in questo caso la religione cattolica, si fonda, Manzoni molto abilmente ne elude ogni riferimento.
Io dico molto abilmente perché davvero non riesco a credere che sia del tutto casuale che uno scriva un libro come quello, dove la presenza dei religiosi è molto forte e la fede in Dio guida il percorso del racconto, tutto ciò che esprime religiosità resti nascosto dietro le quinte e non si palesi mai sulla scena.
Dico ‘abilmente’ anche perché a quanto pare riesce a farlo senza che la cosa turbi nessuno. Come se nessuno se ne fosse accorto. Anzi, di più, come se tutti fossero convinti che la religiosità sia palese.
E ribadisco ‘abilmente’ perché vi è anche una prova ben chiara del fatto che quella del Manzoni non è una casualità, ma una decisione presa consapevolmente, però a questo ci arriviamo poi.
A sorprendermi, non è tanto quello che ha scritto, o non scritto Manzoni, ma che in quasi duecento anni nessuno l’abbia osservato, come se davvero nessuno se ne fosse reso conto, come se tutti fossero stati abbagliati da una colossale illusione ottica letteraria e filosofica. E non parlo solo dei suoi estimatori, ma anche dei suoi detrattori che pure aveva e ha avuto, sia da vivo che da morto…
Di nuovo sembra tornare quel fenomeno a cui ho già accennato nella prima puntata e che Lucarelli e Picozzi, nel loro podcast ‘Il potere dell’inganno’ definiscono: l’inganno consapevole. Quel curioso meccanismo psicologico per cui deliberatamente inganniamo noi stessi inducendoci a credere reale ciò che reale sappiamo non è. Lucarelli e Picozzi narrano di uomini che maneggiando abilmente l’inganno consapevole altrui, nella storia hanno messo in atto truffe incredibili e colossali. Di cui quasi non ci capacitiamo.
Noi qui non parliamo certo di alcuna truffa, ma resta il fatto che nei Promessi Sposi probabilmente ci vediamo una grande religiosità perché è ciò che vogliamo vederci.
Lo stimolo ad osservare il libro da questa prospettiva mi è arrivato leggendo un post di Tiziana Benedetti pubblicato sulla pagina Facebook ‘Custodiamo i Promessi Sposi’ nella primavera 2023. La Benedetti faceva notare che stranamente Manzoni nel suo romanzo non cita mai né Natale, né Pasqua. Eppure la storia dura due anni e i protagonisti necessariamente passano attraverso due Natali e due Pasque. Ma per Manzoni è come non esistessero. Strano.
Soprattutto a riguardo del Natale, festa della Sacra Famiglia. I protagonisti sono due ragazzi che vogliono sposarsi e avere dei figli. Ma devono fuggire, il destino li allontana e per due anni non si rincontreranno. La lontananza è per entrambi un dolore. Come può l’immagine della natività (il presepio già esisteva allora) non stimolare in Renzo il desiderio, la speranza di passare il Natale successivo riunito alla sua Lucia e magari con un pargoletto tra le braccia?
E Lucia? Lucia in un momento di disperazione ha fatto voto di non sposarsi, ma la cosa le pesa molto, non ne è felice, per cui di fronte a un’immagine della natività o alla sua rappresentazione avrebbe certamente provato un sentimento di maggior amarezza per la dolorosa rinuncia ad essere madre.
Eppure Manzoni si comporta come se il Natale non esistesse neppure. Così anche per la Pasqua.
La cosa è ben più strana se si pensa che per iniziare a scrivere I Promessi Sposi, lasciò incompiuto il progetto degli “Inni Sacri” con cui intendeva celebrare l’intero ciclo di liturgie annuali. Ciò che lui celebra negl’ Inni Sacri è del tutto trascurato nei Promessi Sposi.
Mistero!
Mistero doppio se si pensa al fatto che in quasi duecento anni nessuno sembra aver fatto caso a questa stranezza.
Questo fatto, del Natale e Pasqua mancanti, ha acceso la mia curiosità e mi ha spinto a riflettere più a fondo. Mi sono reso conto così, di molte altre cosette curiose e interessanti.
L’argomento è così ricco che non so nemmeno se saprò muovermi con ordine e razionalità.
Prendiamo le chiese. Tutte le chiese sono ricche di immagini e simbologie che narrano di fede e della storia a cui la fede si lega.
E non solo le immagini sacre e le statue ma anche ogni elemento architettonico interiore ed esteriore delle chiese, la struttura stessa dell’edificio sono simbolo e rappresentano una filosofia religiosa.
Manzoni che fin dall’inizio del primo capitolo ha dato prova grandi capacità descrittive, non si sofferma mai a descrive nessuna chiesa. Ha descritto benissimo l’aria che si respira, l’atmosfera che alita intorno al lago, ispirando il lettore a un senso di pace e poesia, ma non fa nulla di questo con nessuna chiesa.
Ci sono chiese che al di là del fasto e dell’ostentata simbologia religiosa, trasmettono un senso mistico di pace e struggente poetica religiosa, ardente e intima. Ma Manzoni non appare mai interessato ad ispirare in questo senso il lettore come invece ha fatto con il lago.
Nel racconto, di chiese, ne cita diverse e ovviamente cita anche il duomo di Milano e quando Renzo passa accanto a quella che dovrebbe essere una grandiosa espressione della fede cristiana, si ferma a dargli un ‘occhiata certo, ma come farebbe con una qualsiasi altra opera colossale.
Capitolo XII (della mia riscrittura “I Promessi Sposi – in italiano attuale”)
“Quando il montanaro si ritrovò davanti alla grande costruzione del duomo, il desiderio di vedere cosa succedeva, non fu abbastanza forte da impedire che si fermasse a guardare a testa in su e con la bocca aperta. Ma poi affrettò il passo, per riprendere quello che aveva scelto come guida, svoltò l’angolo, diede un’occhiata anche alla facciata (a quel tempo in gran parte ancora grezza e ben lontana dall’essere terminata) e via dietro a quell’uomo che stava andando verso il centro della piazza.”
Manzoni ci racconta che l’attenzione del giovane è rivolta all’edificio in quanto tale, non ad esso come chiesa. Certo Renzo non è Lucia, ma nello sviluppo della storia, vediamo che nel suo intimo è profondamente cristiano come lo è la ragazza.
Ma poi quello che conta è la chiara scelta di Manzoni che decide di non portare la nostra attenzione sull’opera in quanto luogo di culto straordinario e grandioso.
Non solo lo scrittore non descrive nessuna chiesa in tutto il libro, neppure in modo sommario, ma addirittura non ci fa mai entrare in chiesa per assistere a riti o cerimonie religiosi. Ci porta in chiesa solo per narraci avvenimenti tragici o momenti particolari utili a raccontare un qualcosa che non è attinente a ritualità religiose.
Una delle poche volte è quella che lui riprende da una testimonianza diretta dello storico Ripamonti che fu testimone del fatto:
Capitolo XXXII
“Nella chiesa di sant’Antonio, un giorno in cui ricorreva una solenne festività, un vecchio più che ottantenne, dopo aver pregato per un po’ in ginocchio, volle mettersi a sedere, ma prima diede una spolverata alla panca con il suo mantello. Alcune donne videro quel gesto e si misero ad urlare:
“Quel vecchio unge le panche!”
La gente che era in chiesa (in chiesa!) subito si lancia sul vecchio, lo afferra per i bianchi capelli, lo carica di pugni e di calci, chi lo tira, chi lo spinge fuori. Non lo finirono solo per trascinarlo, malconcio com’era, in prigione, dai giudici, alle torture.”
Probabilmente l’unico momento che apparentemente è di religioso raccoglimento in chiesa, anche se non si tratta della descrizione di un rito, è quando fra Cristoforo accoglie Renzo, Lucia e Agnese, che dopo aver tentato di ingannare il parroco per farsi sposare contro la sua volontà, devono scappare perché nel frattempo i bravi di don Rodrigo sono entrati in casa di Lucia per rapirla. Siamo in quella che viene definita ‘la notte degli inganni’.
I tre arrivano di notte al convento di Pescarenico dove fra Cristoforo li attende e li fa entrare in chiesa. Qui il frate spiega ai fuggitivi che ha predisposto ogni cosa per farli arrivare a Monza. Ma tutta la scena è strana.
Manzoni non ci mostra nulla della chiesa, né fuori né dentro, accenna solo a una luce fioca di una lampada che arde davanti all’altare, null’altro. E che in realtà sembra più utile a motivare la presenza di una luce che permetta di vederci qualcosa in un ambiente che altrimenti sarebbe buio pesto. Nessuno si genuflette entrando o passando davanti all’altare, né si fanno il segno della croce. Si inginocchieranno dopo, ma non davanti all’altare:
Capitolo VIII
“Così dicendo (fra Cristoforo) s’inginocchiò nel mezzo della chiesa e gli altri fecero lo stesso.”
Perché, domando io, Manzoni non scrive ‘s’inginocchiò davanti all’altare’ o ‘rivolto alla croce posta sopra l’altare’ o ‘davanti alla Madonna’ visto che Lucia è molto devota alla Madonna, invece che ‘nel mezzo della chiesa’? Parole quasi prive di senso. Eppure Manzoni ha scelto proprio quelle e ciò che ne deriva è un senso di spazio vuoto. Totalmente privo di simbologie religiose. Fatto salvo per quell’immagine sfocata di altare immerso nell’oscurità.
Dopo tutti pregano, ma in silenzio ciascuno per conto proprio. Fra Cristoforo non li guida a una preghiera tradizionale collettiva. E mai in tutto il libro s’incontrerà qualcuno che reciti una preghiera tradizionale cristiana. Mai. La preghiera è presente, ma non è mai quella insegnata dalla tradizione cristiana, è sempre intima e personale.
Ma proseguiamo:
“Dopo ch’ebbero pregato per alcuni momenti in silenzio, il padre, con voce sommessa ma chiara, disse queste parole:
Noi ti preghiamo, Signore, anche per quella povera anima che ci ha portati a tutto questo. Noi saremmo indegni della Tua misericordia, se non Te lo chiedessimo con tutto il nostro cuore, perché lui ne ha tanto bisogno! Noi, nella nostra tribolazione, abbiamo il conforto di essere sulla strada dove Tu ci hai messi. Noi possiamo offrirTi i nostri guai e per noi saranno un guadagno. Ma lui è Tuo nemico! Oh, povero disgraziato, vuole competere con Te, abbi pietà di lui, o Signore, toccagli il cuore, rendilo Tuo amico, concedi a lui tutti i beni che noi possiamo desiderare per noi stessi.”
Ecco che fra Cristoforo finalmente recita una preghiera ad alta voce, ma con essa non chiede protezione e aiuto per i poveri fuggiaschi, ma invoca pietà, misericordia e perdono per don Rodrigo, causa della loro disgrazia.
Preghiera curiosa no? “Amate i vostri nemici” diceva un tempo un tale…
Ma oltre al tema del perdono tanto caro a Manzoni, egli utilizza questa scena e ci porta in chiesa, anche per sollevare una critica a certe regole religiose. Infatti ci tiene, fin da subito, a sottolineare che fra Fazio, il frate sacrestano che, contravvenendo alla regola, ha lasciato la chiesa aperta di notte per i fuggiaschi, è scandalizzato:
“Allora il sacrestano non resse più e chiamato il padre in disparte, sbottò sussurrandogli all’orecchio:
“Ma padre, padre! Di notte… in chiesa… con donne… chiudere… la regola… ma padre!” e tentennava la testa. Mentre egli diceva stentatamente quelle parole, fra Cristoforo pensava:
– Ma guarda un po’, se fosse un criminale inseguito, fra Fazio, non farebbe la più piccola difficoltà, ma una povera innocente che scappa dagli artigli del lupo…”
Quindi se fosse stato un assassino, un criminale qualsiasi, quel frate non avrebbe fatto questioni, nessun problema, ma far entrare in chiesa, di notte, delle donne in fuga da un farabutto, no! È scandaloso! È contro alle regole! Infatti i due frati hanno fatto tutto di nascosto. Guai se venisse a saperlo il loro superiore, il padre guardiano del convento.
Ecco qui le due cose che in questo caso stanno a cuore a Manzoni: il perdono dei nemici e la critica a certe discutibili regole religiose.
Alla fine di questa scena, quando è il momento di congedarsi, fra Cristoforo lascia andare i fuggiaschi con una frase benaugurante:
“Presto, figliuoli, non c’è tempo da perdere. Che Dio vi assista e che il suo angelo vi accompagni. Andate!”
E di nuovo la cosa è strana: la frase di rito di una benedizione grosso modo è la seguente: ‘La benedizione di Dio Onnipotente discenda su di voi e vi accompagni, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.’ Parole che si pronunciano mentre con la mano si traccia una croce nell’aria. Ora, che Manzoni inventi per fra Cristoforo parole sue beneauguranti va bene, ma lo strano è scordarsi del gesto rituale della croce tracciata nell’aria accompagnata dalle parole ‘nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.’ Gesto e parole che sanciscono l’appartenenza del rito della benedizione alla cristianità. Che poi a ben vedere, per restare nell’ambito della religiosità cristiana propriamente detta, non era neppure necessario usare nessuna di quelle parole. Con la sua abilità di scrittore avrebbe potuto farvi solo cenno, scrivendo qualcosa del tipo: “Poi il frate concluse con la frase di rito e i gesti che accompagnano la benedizione.” O anche meno: “Ciò detto li benedì ed essi andarono”.
E tanto bastava. Invece no, Manzoni evita.
Le parole di fra Cristoforo, così come scritte, avrebbero potuto essere pronunciate da un monaco di qualunque religione, anche pre-cristiana perché è sempre stata usanza benedire chi partiva per un avventura piena di incognite come quella dei nostri tre fuggiaschi. Anche nel mondo pagano un’autorità, un capo religioso o un anziano, benediceva chi partiva imponendo le mani sul capo e pronunciando una frase poco diversa da quella che Manzoni mette in bocca a fra Cristoforo.
L’argomento che qualche volta sento a difesa di Manzoni è che lui dà certe ritualità e certi gesti per scontati. Ma non esiste! Questo genere di romanzo ha certamente anche una funzione educativa e l’autore è pienamente consapevole che la sua narrazione trasmette concetti di bene e di male. Ogni cosa narrata rientra in una scala di valori che possono essere positivi o negativi. Allo stesso tempo l’autore sa bene che le cose che non narra, che non dice è come non esistessero e in quella scala, il valore delle cose non dette è pari ‘zero’.
Siamo dentro a una chiesa anche quando si parla della cerimonia di insediamento di Federigo Borromeo quale arcivescovo di Milano. Manzoni ci porta nel duomo, però lo scopo della narrazione non è la cerimonia in quanto tale, ma che:
Capitolo XXV
“Durante la solenne cerimonia in duomo, la calca e l’impeto della gente era stata tale da far temere per la sua vita, tanto che alcuni gentiluomini, che gli erano vicini, avevano sfoderato le spade, per spaventare e far arretrare la folla. C’era così tanta follia e violenza in quei modi di essere che, sia nel fare dimostrazioni di benevolenza a un vescovo in chiesa, che per calmarle, si arrivava quasi ad ammazzare.”
Anche qui Manzoni invece di raccontarci di una religiosità dignitosa fatta di sentimenti d’amore verso Dio o verso il prossimo, esprime una critica verso una religiosità priva di buon senso che sfocia in comportamenti sconsiderati.
Vi è un altro caso in cui Manzoni ci fa entrare in chiesa ed è l’incubo di don Rodrigo febbricitante per la peste. Il povero signorotto sogna di trovarsi in una chiesa bloccato in mezzo a una folla di cenciosi appestati. Quindi siamo in chiesa non per assistere a un rito religioso ma per un incubo. Fra Cristoforo emerge dal pulpito e punta il dito contro un don Rodrigo che è lì schifato e pizzicato in mezzo a una folla di appestati, quasi degli zombie ante litteram, che lo pressano da ogni lato. La rivincita di fra Cristoforo, ma una rivincita che è solo nella mente di don Rodrigo, perché il frate, che sa amare i suoi nemici, soffrirà per lui come e, anzi, più che per ogni altro ammalato.
Per chiudere l’argomento relativo alle chiese, faccio notare che si passa più tempo in una chiesa in libri come ‘Le avventure di Tom Sawyer’ o in ‘Moby Dick’ che non nei ‘Promessi Sposi’. Tanto per dire. (Cito questi due solo perché li ho letti di recente e il raffronto è venuto automatico.)
Qui chiudo questa puntata e vi dò l’appuntamento alla prossima in cui proseguiremo questo tema molto intrigante della ‘grande religiosità di Manzoni nei Promessi Sposi’… forse più supposta che reale? Mah!
Alla prossima!
Puntata 8
Proseguiamo con il nostro minestrone che nella puntata precedente abbiamo cotto solo a metà. Il tema restano le masse, la moltitudine, i comportamenti della gente e la guerra che purtroppo riguarda la gente.
Osserviamo qui come quell’Antonio Ferrer, il Gran Cancelliere, in una situazione critica di cui egli stesso ne è la causa, sa blandire e infinocchiare la gente, il popolo furioso che vuole la pelle di un povero funzionario dello stato. Ecco lo scenario:
Siamo in piena carestia. Il grano scarseggia. La gente ha fame. Due anni di raccolto scarso e una guerra che si porta via grandi quantità di grano per il mantenimento dei soldati. Il prezzo del grano aumenta a dismisura e il pane rincara. La gente si arrabbia. Antonio Ferrer, che fa le veci del governatore impegnato proprio in quella guerra che si è presa gran parte del grano, d’ufficio impone un prezzo basso per compiacere il popolo: una scelta demagogica, o soluzione spiccia, che tanto piace al popolo ma non risolve il problema della mancanza del grano. Cito di nuovo:
“Alle masse, le soluzioni spicce sono sempre sembrate giuste, semplici e facili da mettere in atto.”
Ad arrabbiarsi però ora sono i fornai costretti a lavorare in perdita. Una situazione non sostenibile. Ferrer viene esautorato e torna il rincaro. La gente diventa più furiosa di prima. Anche perché il pane per i ricchi che possono pagarlo non manca. La rabbia si scatena contro la bottega di un fornaio che viene assaltata e saccheggiata. Segue ciò che abbiamo già visto la volta scorsa: qualche pifferaio desideroso di vedere le cose andare oltre e il sangue che scorre, dirige quella furia verso la casa di colui che è incaricato di acquistare il grano per la città. Se il grano manca ed è troppo caro, agli occhi degli arrabbiati il colpevole è lui. Che sia linciato! A questo punto Ferrer, considerato dal popolo un benefattore perché è stato colui che, aveva imposto il prezzo del pane basso, arriva dicendo di essere venuto ad arrestare per mettere in galera il responsabile acquisti della città, colpevole di voler affamare la gente. In mezzo a quella folla pronta ad uccidere tocca a lui suonare il piffero magico, in questo caso per blandire la folla ed evitare un assassinio. Qui lo vediamo sulla sua carrozza farsi strada in mezzo alla ressa accalcata davanti alla casa dell’infelice che si vorrebbe linciare e rispondere con benevolenza ostentata alle voci del popolo:
Capitolo XIII (della mia risctittura: I PROMESSI SPOSI – in italiano attuale)
“Sì, sì, signori, pane e giustizia. Nel castello, in prigione, sotto la mia guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no, non scapperà! Giustissimo, ci penseremo, vedremo. Anch’io voglio bene a voi tutti. Una punizione esemplare. Un prezzo giusto, un prezzo onesto e punizioni agli affamatori. Per favore, fatevi da parte, grazie. Sì, sì, io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà punito, è vero, è un birbante, un farabutto. Se la passerà male, la passerà male… Sì certo, i fornai, li faremo rigar dritto. Viva il re e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vassalli!! Sta fresco, sta fresco.”
Capitolo XIII
“La rabbia della folla (…) Con quell’osso in bocca, si calmava un poco e dava spazio ad altri sentimenti…”
Molto significativa questa frase dell’osso in bocca al popolo.
Qui serve ad evitare un delitto, certo, però è utile a fregare il popolo, ad ingannarlo. In questo caso l’osso è un finto arresto, un’incarcerazione fasulla, utile a compiacere e a calmare quella folla ringhiante, a focalizzare su un osso di comodo la rabbia della folla. E ai nostri tempi è quanto mai facile, e spesso avviene, che dall’alto di TV, di giornali e soprattutto di social media qualcuno, che quei mezzi li domina, che li tiene in pugno, getti un osso su cui far sfogare la rabbia della gente. Quelli decidono quando e dove buttare l’osso, poi si compiacciono nel vedere coloro che scioccamente su quell’osso si accaniscono. Essi dirigono la rabbia e accendono l’odio su ossi espiatori di comodo, perché la folla non pensi, non si renda conto della catena che magari ha al collo, non sia consapevole del guinzaglio che si allunga e si accorcia a seconda di come a quelli conviene.
La massa, la folla, accanendosi sull’osso, non pensa, non riflette a dov’è finita la polpa che all’osso stava attaccata. Contenti, appagati della rabbia e dell’odio che provano e che condividono, ringraziano e applaudono chi quell’osso gli ha dato. Soddisfatti di quel poco, sono incapaci di capire che proprio lui, o loro, sono la causa dei problemi veri, reali, concreti, quelli che rendono la vita difficile. Che ci rendono insoddisfatti e scontenti.
Naturalmente non tutti si fanno fregare dalle belle parole e qualcuno sa osservare che l’azione di Ferrer non è quello che sembra:
Capitolo XIII
“State certi che non l’ammazzeranno: cane non mangia cane.”
Infatti Ferrer buttato l’osso alla folla inferocita, porta via il poveretto non certo per metterlo in galera, ma per portarlo in salvo.
Nel frattempo a proposito della carestia e di soluzioni spicce ecco le parole che risuonano nei salotti buoni… in questo caso in quello di don Rodrigo.
Capitolo V
“Non c’è nessuna carestia!” diceva uno “sono gli approfittatori…”
“I fornai” diceva l’altro “sono loro che nascondono il grano. Impiccarli…”
“Sono d’accordo: impiccarli senza pietà!”
“Mandarli a processo…” disse il podestà.
“Processo?!” gridava più forte il conte Attilio “Giustizia sommaria! Pigliarne tre o quattro, o cinque, o sei, di quelli che sono conosciuti per essere i più ricchi e i più cani, e impiccarli!”
“Esempi, ci vogliono! Senza esempi non si fa nulla!”
“Impiccarli! Impiccarli! E il grano salterà fuori ovunque.”
(…) E intanto si continuava a mescere e a rimescere quel buon vino. E le lodi per esso, com’era giusto, si mescolavano alle sentenze di giurisprudenza spiccia. Cosicché le parole che più si udivano erano: prelibatezza e impiccarli.”
Vedo un appunto di mio figlio Dario, a margine di questo dialogo, che dice: ‘Proprio come oggi!’ Sic.
Spostando un po’ il tema, ma di poco, passiamo ad osservare i comportamenti della moltitudine, della massa, di fronte a problemi collettivi di carattere naturale come le epidemie. Vi sono non pochi parallelismi tra la ciò che Manzoni racconta a riguardo dell’epidemia di peste del 1630, e la nostra recente esperienza con il COVID19. Anche se questa è stata drammatica per il numero di morti che pure ha mietuto, non è certo paragonabile alla peste che si portò via circa due terzi della popolazione di Milano.
Ma soprattutto, fortunatamente non vi è più stata quella cosa orribile della caccia all’untore che ci fu allora, generata da una grande ignoranza e da tanta superstizione.
Si arrivò infatti a ritenere che la diffusione della peste fosse da attribuire a malefici orditi da uomini in combutta col demonio, che ci fosse una vera e propria congiura tra esseri malvagi, streghe, stregoni e il diavolo in persona.
Perfino il medico Tadino, che ebbe modo di constatare di persona e fin da subito che la peste si stava diffondendo a seguito del passaggio dell’esercito dei lanzichenecchi, che fu testimone del decorso della malattia sui primi infettati, egli stesso, tempo dopo finì col dare per attendibile una storia assurda come questa:
Capitolo XXXIII
Due uomini avevano testimoniato di aver sentito raccontare da un loro amico ammalato, che una notte due persone gli erano entrate in camera promettendogli la guarigione e del denaro, se accettava di ungere le case del vicinato. Quando lui si rifiutò, quelli se ne andarono lasciando al loro posto un lupo sotto il letto e tre gattoni sopra e “che fino al far del giorno vi dimorarono”.
La caccia all’untore fu una cosa del tutto irrazionale, andando in cerca di uomini e donne che si ritenevano sponsorizzate da Satana in persona, facendogli poi fare una fine orribile. Emblematico è il processo così detto “della colonna infame“. Processo fazioso fin dalle primissime battute e per il quale quattro uomini innocenti fecero una fine tanto orribile da far invidiare la morte di Cristo in croce. Per dare appunto il famoso osso in bocca a un popolo incattivito da una sofferenza che non si sapeva a chi attribuire.
Il punto è che, come dice il Manzoni:
Capitolo XXXII
“La rabbia cerca sempre qualcuno a cui dare la colpa e da punire. (…) la gente preferisce attribuire i mali a perversità umane, contro cui può fare le sue vendette, piuttosto che riconoscere che nascono da una causa contro la quale non si può fare nulla, se non rassegnarsi.”
Con tutto ciò non si può dire che gli untori non siano davvero esistiti. Sia allora che ai nostri giorni.
Come mi ha fatto notare l’amica Tiziana Benedetti, che saluto con affetto “ciao Tiziana“, alcuni anni fa abbiamo visto casi di chi, scoprendosi contagiato dall’AIDS e sapendo quindi che la propria fine sarebbe stata inesorabile, volutamente e malvagiamente ha cercato di avere rapporti sessuali non protetti con il maggior numero di persone possibile per diffondere la sua malattia ad altri.
Così pure i monatti descritti da Manzoni, personaggi immuni alla peste, vuoi per naturale immunità, vuoi per aver superato la malattia ed esserne quindi rimasti immunizzati. Il loro compito era raccogliere gli ammalati e i morti di peste, per portare i primi al lazzaretto e i secondi nella fossa comune. Quando le cose a Milano sono degenerate e a regnare era il caos, essi spadroneggiavano e ne facevano di cotte e di crude. Per loro la peste era divenuta una festa. Per cui lasciavano cadere apposta stracci infetti e cercavano di far sì che la peste durasse il più a lungo possibile. Per loro, finita la peste, sarebbe finita la festa… no peste? no party!
Restando in tema di COVID e di peste, dei tanti e poco edificanti parallelismi e similitudini comportamentali della gente, ne ha scritto la succitata Tiziana Benedetti in un saggio pubblicato nell’antologia “Oltre il Vetro” edito da Les Flāneurs, e che dovreste trovate anche sulla pagina Facebook: Custodiamo i Promessi Sposi.
In alternativa leggetevi i capitoli XXXI e XXXII che Manzoni dedica alla peste, e non farete fatica a vederli da voi. Fosse anche solo la parte in cui la gente, che non desiderava sentire quel nome: ‘peste’, diceva che erano certi medici che volevano che ci fosse per guadagnarci su. Nonostante che molti di essi morissero contagiati nel tentativo di curare gli ammalati. Oppure come autorevoli personaggi, compresa un’altra categoria di medici, per compiacere il popolo, negassero l’evidenza.
Vi è anche un personaggio che l’umorismo di Manzoni crea in rappresentanza di certi tuttologi i quali sanno meglio di chiunque altro, quali siano le cause ed eventualmente le soluzioni ai problemi collettivi. Figure che non sono mancate anche al tempo del nostro COVID: il dottissimo don Ferrante.
Costui deride chi parla di contagio e di precauzioni da adottare durante la peste, perché:
Capitolo XXXVII
“…la vera ragione del malanno è in quella fatale congiunzione tra Saturno e Giove. Quando mai si è sentito dire che gli influssi degli astri sono contagiosi? (…) Ma quello che non mi va giù è che questi signori medici, (…) hanno la faccia tosta di dire, non toccate qui, non toccate là e sarete al sicuro! Come se lo schivare il contatto materiale dei corpi terrestri potesse impedire l’effetto virtuale dei corpi celesti. E che dire di questo affannarsi a bruciare letti, vestiti, stracci! Poveri mentecatti! Brucerete Giove? Brucerete Saturno?”
E così, sulla base di questi bei ragionamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste: rimase contagiato e andò a letto a morire come un eroe di un melodramma, prendendosela con le stelle.”
C’è anche un interessante commento di Manzoni a riguardo della capacità del genere umano di adattarsi a tutto, di sviluppare anticorpi che, in situazioni estreme, sembrano renderlo praticamente ebete. Durante la carestia che lui descrive e la conseguente carenza di granaglie e di pane, ci furono delle rivolte, la popolazione scese in piazza. Alla carestia poi si aggiunse un’epidemia di qualcosa che non era ancora peste, ma credo potesse essere tifo, colera o qualcosa del genere e questa, sommata alla fame, causò la morte di migliaia di persone. Ma mentre il disagio collettivo causato dalla mancanza di pane provocò un rivolta, Manzoni si meraviglia che così non fu durante la grande moria causata dalla fame e dall’epidemia messe insieme e al capitolo XXVIII scrive:
Una cosa che stupisce è che in tutto quell’eccesso di stenti, in una così grande varietà di disperazione, non sia mai comparso un tentativo o un richiamo alla rivolta, o almeno io non ne ho trovato il minimo cenno. (…)
Ma noi uomini siamo fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, per poi piegarci in silenzio sotto i mali estremi. Sopportiamo, non rassegnati ma instupiditi, il peggio di quello che prima abbiamo definito “insopportabile”.
Parliamo ora di guerre, e di condottieri.
Da ragazzo a scuola, parlo degli anni sessanta e settanta, studiavo le gesta di uomini che conquistarono imperi immensi e per questo venivano definiti “grandi condottieri”. E quel “grandi” rendeva nobili le loro gesta e gloriose le loro figure. Praticamente dei modelli a cui guardare ammirati. Come se tutta quella gente che massacravano strada facendo fossero quisquiglie, inezie.
Anzi, il numero dei morti che lasciavano dietro era quasi la prova concreta della gloria di quelli. La colpa era dei morti e dei conquistati, erano essi i colpevoli, gli stupidi ad essere nati in un territorio che faceva gola ai quei “grandi, meravigliosi, nobili condottieri”.
Se però qualcuno di questi calava in Italia e veniva a suonarle ai nostri gloriosi antenati, allora diventavano degli spregevoli barbari.
Manzoni, cresciuto in un epoca in cui la retorica epica, credo fosse ben più marcata, non si è lasciato abbagliare dalla vanità dei gloriosi conquistatori. Non ammirava i condottieri e detestava anche il mito dei cavalieri erranti. Una delle poche volte che la sua ironia si trasforma in sarcasmo è proprio quando accenna a questi personaggi:
Capitolo XXIII
“I cavalieri del medioevo, coperti di ferro fin dove si potevano coprire, sopra a dei cavalli sistemati anch’essi, per quanto possibile, allo stesso modo, che andavano a zonzo (da cui deriva quel nome glorioso di ‘cavalieri erranti’), a zonzo e alla ventura, in mezzo alla povera marmaglia appiedata di cittadini e contadini, i quali per ribattere e parare i colpi, addosso non avevano altro che stracci. Bel mestiere, saggio e utile! Proprio un mestiere da mettere in prima pagina su un trattato di economia politica.”
Quando ho letto queste righe mi sono tornati alla mente tutti i racconti e i film, visti e letti, soprattutto da ragazzo, che nobilitavano e glorificavano queste figure e mi hanno fatto meditare.
Ed ecco cosa dice di un ‘grande condottiero’ che fu anche governatore di Milano durante la peste.
Capitolo XXXI
“La storia si dispiace per la sua sorte e biasima l’ingratitudine dei suoi superiori, sono state descritte con molta cura le sue imprese militari e politiche e sono state lodate la sua previdenza, la sua vitalità, la sua costanza. Peccato che nessuno si sia preoccupato anche di andare a vedere dov’erano finite tutte quelle sue qualità, quando la peste minacciava e si riversava sul popolo che gli era stato affidato, o forse dovremmo dire, datogli in balìa.”
Già perché costui aveva altro di meglio da fare, doveva assediare Casale Monferrato.
Capitolo XXXII
“A costui, come tanti altri prima e dopo di lui, importava solo delle lodi che avrebbe ottenuto dalla vittoria, indipendentemente dal costo, dalla causa e dallo scopo del combattere!”
Come tanti altri prima e dopo di lui… il vostro pensiero non va, come il mio, a qualcuno che conosciamo?
Va detto però che il grand’uomo giustamente era impegnato in una guerra ‘giusta’ anche se:
Capitolo XXVII
“Per rendere giusta una guerra occorre sempre trovarvi un pretesto.”
E i pretesti per dare avvio a una guerra, oggi come allora, non si fa troppa fatica a trovarli giacché sta di fatto che:
Capitolo I
“Ragione e torto non sono mai così nettamente separati, che le parti non hanno mai solo di questo o solo di quella.”
Ognuna delle parti in lotta perciò, tanto chi aggredisce che chi si difende, ha porzioni di ragione e di torto. Non importa in che misura ovviamente, basta che ve ne sia e ce n’è sempre. Così l’aggressore trova chi lo sostiene dicendo ‘ha le sue buone ragioni’ e chi è stato aggredito ha chi gli dice ‘te lo sei voluto’.
Ma Manzoni è di fatto un pacifista, lontano anni luce da chi crede nelle vendette, da chi pensa sia giusto ripagare con il sangue chi ha versato sangue.
Capitolo XXXVI
“I vostri figli nasceranno in un mondo infelice e in tempi tristi, in mezzo a superbi e provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! Tutto, tutto!”
Ben lontano dalla cultura della vendetta illusoriamente appagante che vive nelle teste di tanti e che ci viene propinata anche da certi film o racconti, in cui si offre l’illusione che il vendicarsi sia soddisfacente e risolutivo. La realtà, diversamente dalla fantasia, non è pilotabile come nei film e nei libri e le conseguenze delle vendette nella realtà sono ben diverse.
Tempo fa ho ascoltato un podcast dedicato alle vittime delle stragi che hanno segnato l’Italia tra gli anni ’70 e ’90. In particolare mi ha colpito sentire una figlia e un marito di due delle vittime, dire che per superare il tormento, l’angoscia hanno dovuto imparare a perdonare.
Ma avremo modo di parlare ancora di questo tema non facile da digerire che è il perdono.
Chiudiamo osservando quella che è una metafora perfetta, una rappresentazione fin troppo chiara di qualcosa che in questi giorni vediamo accadere nel mondo e che riguarda un prepotente e diversi paesi liberi tra cui giusto per citarne due a caso, vi sono Cuba e la Groenlandia. Fra Cristoforo è davanti a don Rodrigo e gli chiede di lasciare in pace Lucia, ma quello gli risponde:
Capitolo VI
“Ebbene giacché (…) questa persona le sta molto a cuore (…) le consigli di venire a stare sotto la mia protezione. Non le mancherà nulla e nessuno oserà più importunarla.”
Dopo di che ovviamente il prepotente, farà di tutto per prendersi ciò che vuole con la forza… il prepotente…
Per ora ci fermiamo qui. Diamo per cotto il nostro minestrone.
Di verdure ce n’erano tante e abbiamo dovuto cucinarlo in due puntate. Se sia venuto buono o meno non lo so. Fate voi.
Io vi saluto e vi dò l’arrivederci alla prossima puntata, per chi vorrà ancora esserci. Finalmente inizieremo a paralare della fortissima impronta religiosa dei Promessi Sposi che… è poi così vera?
Ciao ciao!
Puntata 07
I temi che andremo a trattare rovistando tra le pagine dei Promessi Sposi, avvalendoci però della mia riscrittura ‘I Promessi Sposi – in italiano attuale’ saranno le masse, la moltitudine, i comportamenti della gente. Ma anche la guerra che purtroppo riguarda la gente.
Rovisteremo quindi tra le pagine del romanzo scovando brani e frasi utili al nostro argomento. Sarà un po’ come andare in un orto in cerca delle verdure ed erbette per preparare un gran minestrone. Sperando che alla fine risulti anche buono…
Dato che gli ingredienti sono molti li cucineremo in due puntate.
Le osservazioni che Manzoni fa a riguardo delle masse, del popolo, della moltitudine, valevano allora e valgono ancora oggi. Anzi, se ce le tenessimo bene a mente, qualche volta ci sarebbero d’aiuto per interpretare quello che succede e magari capire meglio anche come dobbiamo comportarci.
Partiamo da questo brano che parla di tumulti o protese ed è certamente interessante. Onestamente a me sembra manchi qualcosa, che manchi un ingrediente, ma ne parliamo dopo:
Capitolo XIII (della mia riscrittura ovviamente)
“Nei tumulti (proteste) popolari, c’è sempre un certo numero di uomini che, o per un eccesso di passione, o per una fanatica convinzione, o per un disegno criminale, o per un maledetto gusto a mettere le cose sottosopra, fanno di tutto per spingere gli eventi al peggio. Questi (…) soffiano sul fuoco ogni volta che sembra acquietarsi. Per costoro nulla è mai troppo; vorrebbero che il tumulto non avesse né fine, né limite. Ma per contrappeso, c’è sempre un certo numero di altri uomini che con altrettanta passione e uguale determinazione, si danno da fare per ottenere l’effetto contrario. (…) Che il cielo li benedica. (…) Ciò che forma poi la massa di gente, che è il materiale stesso del tumulto (o della protesta), è un miscuglio casuale di uomini, che, chi più e chi meno, per gradazione indefinita, parteggiano per uno o per l’altro estremo. Teste calde, furbi, gente incline ad un certo tipo di giustizia, quella che intendono loro, desiderosi di veder succedere qualcosa di grosso. (…) Continuamente bisognosi di trovarsi dentro qualcosa di grosso, di gridare, d’applaudire a qualcuno, o di urlargli contro. “Viva!” o “muoia!” sono le parole che sbraitano più volentieri. E colui che riesce a convincerli che egli non merita di essere squartato, non ha bisogno di spendere molte parole per convincerli che è degno di essere portato in trionfo.”
Quello che a me sembra mancare, che credo succeda oggi come allora, che sia sempre successo insomma, è che durante le proteste popolari a mettere le cose sottosopra spesso è gente mandata apposta da quelli che dovrebbero tenere le cose in ordine, per avere poi la scusa per far scendere in campo i castigamatti. Oppure per motivare leggi restrittive utili a tenere al guinzaglio il popolo. Questo aspetto, che pure andrebbe osservato e soppesato, Manzoni non lo considera. Peccato.
Però ci va vicino. Durante la rivolta di san Martino, in cui Renzo si trova coinvolto, circolano sbirri in borghese con il compito di individuare i più ingenui, i più facili da acchiappare, per sbatterli in galera e farne capri espiatori. E il nostro giovane ingenuo sarà tra quelli adocchiati.
Comunque Manzoni prosegue poi con questa osservazione molto interessante.
Capitolo XIII
“Siccome però la massa, con la sua forza, può andare verso un’idea o l’altra, ognuna delle parti in campo, usa ogni mezzo per attrarla dalla sua e impadronirsene. È quasi come se due anime nemiche si combattessero per entrare in quel corpaccio e farlo muovere. Si fa a gara a chi sa usare meglio le parole che sanno maggiormente accendere la passione, che sanno smuovere gli animi, a favore dell’uno o dell’altro intento; a chi sa meglio trovare quegli argomenti che accendono lo sdegno, oppure che lo smorzano, che risvegliano la speranza, oppure il terrore. Si fa a gara a chi sa trovare la frase che, ripetuta con più forza e dai più numerosi, esprima, definisca e crei, in quel momento particolare, il favore della massa, attirandola verso l’una, o l’altra parte.”
Questo brano a me ricorda Goldrake Ufo Robot, o quel genere di cartoni animati degli anni ’80 ’90. Quelle epiche lotte tra colossi meccanici. Se ricordate, a guidare quella massa di ferraglia c’era qualcuno. Nella cabina di comando posta nella testa del robot, c’era sempre un essere umano o extraterrestre, fa lo stesso, che lo manovrava. E colui che entrava là dentro assumeva tutto il potere di quel gigante d’acciaio. Proprio come dice Manzoni. Solo che nei cartoni animati vincevano i robot buoni, voglio dire: la massa di ferraglia governata e fatta muovere dai buoni, mentre la realtà non è sempre così.
Abbiamo purtroppo visto nella storia nemmeno troppo antica come le masse, le moltitudini si sono fatte incantare da chi ha saputo, come dice Manzoni, trovare le frasi, gli slogan, che hanno definito e creato il loro favore. Per farsi poi guidare verso catastrofi orribili.
Ciò che Manzoni forse non ha potuto osservare, è che le masse non imparano dalla propria storia né dai propri errori, per quanto dolorosi essi siano. All’arrivo di ogni nuovo pifferaio magico ci sono sempre nuove moltitudini pronte a frasi incantare, mi vien da dire infinocchiare, e portare dove quello vuole che vadano…
Riflettiamo sulle parole di Manzoni:
“la frase che ripetuta con più forza esprima, definisca e crei, in quel momento particolare, il favore della massa, attirandola, ecc”.
Quelle frasi cioè, che tanto piacciono perché riempiono la bocca di chi le grida e appagano le orecchie di che le ascolta. E a questo proposito vi è un contributo che secondo me capita a fagiolo.
Nella puntata del 23 dicembre 2024 della Torre di Babele, intitolata “l’Italia degli arroganti – Noi figli di Manzoni” che si ispirava ai Promessi Sposi e ai soprusi dei potenti là descritti, il conduttore, Corrado Augias, si è avvalso di un contributo video significativo. Il video mostra niente meno che la Presidente del Consiglio che sta parlando a una platea di suoi fans, in realtà il verbo ‘parlare’ in questo caso è un eufemismo:
“Signori, siamo ancora dalla parte giusta della storia!”
Corrado Augias dopo si interroga sulle parole:
“È la sostanza che mi incuriosisce, cioè: ‘siamo ancora dalla parte giusta della storia’. ‘Ancora’ e ‘dalla parte giusta’. Due concetti.
Augias ovviamente non trova una risposta.
Si badi che Manzoni dice ‘la frase ripetuta con più forza’, non dice ‘la frase più ricca di significato’ o ‘la frase più sensata’. Come dire che non è importante il contenuto ma come viene espressa. Concetto questo che egli esprime anche in un altro passo:
Capitolo VIII
“sentendo quelle parole per lui incomprensibili, ma gravide di un senso misterioso e dette con così tanta decisione, gli sembrò che esse dovessero contenere la risposta a tutti i suoi dubbi… per questo, quelle parole sortirono il giusto effetto.”
Insomma, non serve che una frase abbia un contenuto comprensibile, o significativo, sensato, l’autorevolezza, reale o immaginata, della persona che la dice e il modo con cui la dice, la fa apparire della giusta importanza e ottiene l’effetto desiderato. Specie se le orecchie che ascoltano non amano farsi domande su contenuti e su realtà storiche.
D’altra parte, a meno che non mi sia perso qualcosa, la realtà storica di quella che la signora in questione definisce “parte giusta della storia”, riferendosi alla parte politica che ella rappresenta, riporta a un periodo di regime autoritario con diritti di pensiero e di parola negati e puniti con incarcerazioni, con l’esilio se non addirittura con torture e uccisioni. Riporta a leggi razziali, a deportazioni verso campi di concentramento e sterminio, alle camere a gas, a guerre di aggressione, a centomila soldati mandati allo sbaraglio e a morire in Russia equipaggiati quasi solo di retorica e propaganda, a tante umiliazioni, a tanta tanta sofferenza assurda e vergognosa.
Cioè quella “parte giusta della storia” che dimostrandosi priva di un qualunque senso di pietà e senza vergogna di nuovo oggi come in passato, con il suo silenzio omertoso, quando non addirittura con azioni dirette, si rende complice di crimini mostruosi e orrendi contro altri esseri umani. Contro l’umanità.
Eppure quelli che sono lì applaudono e inneggiano, appagati dal senso di forza che la veemenza dell’oratrice comunica. Non comprendono purtroppo, o forse sperano, chi lo sa, come la veemenza può facilmente mutarsi in violenza e la violenza in tragedie spaventose.
La violenza poi si nutre di servitù e fagocita anche coloro che l’hanno applaudita e sostenuta. Coloro che la credono l’appagante soluzione alle proprie frustrazioni, ne diventano essi stessi servi. Con tutto ciò che l’essere servi comporta.
E a tal proposito Manzoni ci offre l’esempio di uomo che contando sulle sue grandi ricchezze, sulla protezione politica e soprattutto sull’impunità giudiziaria che il suo potere gli procura, è arrivato a dominare su tutto e tutti, infischiandosene di norme, regole, leggi comuni. Le regole se le fa lui e ha come scopo null’altro che il puro piacere del potere: l’Innominato.
Capitolo XIX
“Essere arbitro e padrone delle cose altrui, senz’altro interesse se non il gusto del potere, essere temuto da tutti, farsi servire da chi, solitamente, era abituato a farsi servire dagli altri: queste erano state, da sempre, le principali passioni di costui.”
Poco dopo Manzoni parla del suo rapporto con altri uomini potenti, seppure non al suo pari.
“I più preferirono diventargli amico. Ma non amici alla pari, solo come piaceva a lui, amici subordinati, che riconoscessero di essergli inferiori, che gli stessero un passo indietro.”
Il concetto è chiaro.
Avete presente quel caso pietoso, per non dire altro, di quel tal ministro della difesa andato in vacanza, così dice, in un paese estero e che, senza averne avuto informazioni, si è trovato nel bel messo di un conflitto scatenato dai suoi più potenti e violenti alleati, ripeto alleati, i quali, gli alleati, si sono ben guardai dal dire a lui o a qualche membro del suo governo, cosa stavano progettando. E questi alleati non hanno detto nulla nemmeno all’amico di questo, tal ministro degli esteri, tenuto anche lui all’oscuro e che perciò non ha potuto avvisare i connazionali che erano in quella zona, divenuta improvvisamente di guerra per volontà di quei più violenti e bellicosi ‘alleati’. I potenti, se non è per dare ordini, non dicono molto a quelli che considerano loro servi, sottoposti, amici di second’ordine per quanto questi ambiscano ad essere assurti al grado di ‘alleati’.
Infatti l’Innominato, mentre decide di fregarsene dell’impegno preso con don Rodrigo e di non rispettarlo al capitolo XXI dice:
“e la promessa? L’impegno? Don Rodrigo? Chi è don Rodrigo?”
Ma anche l’Innominato in fondo non può fidarsi di nessuno:
Capitolo XX
L’Innominato andò incontro a don Rodrigo per salutarlo, ma intanto gli guardava le mani e il viso, com’era abituato a fare quasi inconsciamente con chiunque, fosse quello anche il più vecchio e fidato degli amici.
Come vedete, anche se nulla e nessuno può intimorire l’Innominato, egli non è libero d’incontrare con serenità nemmeno gli amici. Come detto la violenza si nutre di servitù, gli amici possono essergli solo servi e lui stesso è servo dei suoi timori verso di loro.
Ma restando anche solo a livello di retorica autocelebrativa o dell’uso delle parole che nulla significano ma che pure appaiono significative a chi si abbevera ad esse, i comici di tutti i tempi vi hanno giocato molto sopra.
Grande fu Petrolini con Nerone e il suo: “Bravo! Grazie!” che vale davvero la pena ascoltare:
Andiamo avanti con il nostro minestrone e cerchiamo di capire perché le folle sono così attratte dalle sparate dei potenti:
Scrive Manzoni al capitolo XXVIII
“Alle masse, le soluzioni spicce sono sempre sembrate giuste, semplici e facili da mettere in atto.”
Le soluzioni spicce, che oggi più forbitamente chiamiamo ‘demagogiche’, sono sempre portatrici di grande consenso popolare. Il guaio è che, quando le conseguenze delle soluzioni spicce si ritorcono sulle masse stesse, che le hanno volute e pretese, quelle sono per lo più incapaci di mettere in relazione la causa e l’effetto. Infatti, nel romanzo, la folla, resa cattiva dalla carestia e dal rincaro del pane va a buttare all’aria e a saccheggiare una bottega di un fornaio, al grido di ‘viva il pane, viva l’abbondanza’. Ogni cosa viene distrutta, ma cos’abbia tutto ciò a che vedere con il problema reale della carestia, lo capiamo nell’ironico commento di Manzoni:
Capitolo XII
“A dire il vero, distruggere le vasche per l’impasto e le madie, devastare forni e maltrattare i fornai, non sono i mezzi migliori per far vivere il pane. Ma questa è una di quelle sottigliezze delle leggi dell’universo, a cui una moltitudine non ci arriva.”
Specialmente se poi invece di chi gli spiega quelle sottigliezze delle leggi universali, il popolo, la massa, la moltitudine trova veementi pifferai che sanno intonare con vigore quelle belle musiche, cantare con forza quelle belle parole che distorcono la realtà, distolgono l’attenzione dalle cause reali, nascondono la relazione tra causa ed effetto, dirottando le responsabilità su capri espiatori di comodo. Solitamente soggetti deboli con poche possibilità di difendersi. Ed ecco che la forza, la veemenza si fa violenza.
Dai capitoli XII e XIII saltando un po’ di qua e di là.
“La marmaglia si ficcò dentro la via dei fustagnai, passando per l’arco, e di lì si sparpagliò per Cordusio. Tutti, appena sbucati in piazza, guardarono subito verso il forno di cui si era parlato. Ma invece di trovarci la moltitudine di amici che si aspettavano di trovare, già intenta a darsi da fare, videro soltanto poche persone.
(…)
Fu allora che si alzò tra la folla, una maledetta voce: “Qui vicino c’è la casa del Vicario degli approvvigionamenti, andiamo a far giustizia, andiamo a saccheggiarla!”
Saltiamo ora a quando la marmaglia, come la definisce Manzoni, sta già assediando la casa di cui sopra.
I guastatori continuavano il loro lavoro di smuratura, senza altro pensiero se non di completare l’opera al più presto. Intanto gli spettatori non cessavano di incitarli urlando.
Spiccava tra questi ed egli stesso, a guardarlo era uno spettacolo, un vecchio dall’aria orribile, mal vissuta, che
(…)
con le mani sollevate sopra la testa canuta e orribilmente arruffata, agitava in aria un martello, una corda e quattro grandi chiodi, con cui diceva di voler appendere il vicario a un battente della porta, dopo che fosse stato ammazzato.
“Ohibò! Vergogna!” sfuggì di bocca a Renzo inorridito da quelle parole. Vedendo tanti altri visi che davano segno di approvarle,
(…)
“Vergogna! Vogliamo rubare il mestiere al boia?! Assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane se facciamo di queste atrocità? Ci manderà dei fulmini, non del pane!”
“Ah, cane! Traditore della patria!” gridò, voltandosi verso Renzo con il viso da indemoniato, uno che in mezzo a tutto il frastuono aveva sentito quelle parole sacrosante.
“Aspetta, aspetta… quello è un servitore del vicario travestito da contadino. È una spia. Dagli, dagli addosso!”
Ecco qui rappresentata una situazione che oggi più che mai vediamo accadere. Quando qualcuno, sia egli un buon giornalista (razza in via di estinzione), o un attivista difensore dei diritti umani, o una qualsiasi persona perbene (non perbenista, ma perbene davvero) denuncia crimini, nefandezze, abomini di uomini potenti – e quali e quanti esempi di orribile ferocia abbiamo assistito e stiamo assistendo in questi anni, oggi stesso – la reazione dell’accusato di azioni spaventose e orribili, non è mai quella di difendere il proprio operato, che è ovviamente e oggettivamente indifendibile ad ogni livello, ma reagisce screditando l’accusatore. Accusando l’accusatore. Spostando così l’attenzione dalle sue nefandezze a chi ha il coraggio di puntarvi il dito contro, tacciandolo per spia o sostenitore di parti a lui avverse.
A chi mostra, in questo caso non la luna, ma il letame, la sozzeria, gli si guarda il dito assumendo che quel dito non è pulito abbastanza per indicare. Si scredita il dito per attrarre l’attenzione della massa verso il dito, affinché non badi più al letame. Ma dico io, se Satana in persona si facesse avanti per farsi accusatore di quei crimini mostruosi che abbiamo visto e vediamo compiere, magari accusando anche coloro che di fronte a tali mostruosità se ne rendono complici con il silenzio, forse che la sua famigerata fama fa scomparire tanto le mostruosità che vigliaccheria? Le trasforma in atti umani e dovuti? La fama eventualmente non limpida dell’accusatore trasforma il crimine in atto lecito?
Eppure questo è il gioco a cui si prestano coloro che con i potenti condividono interessi, passioni, o anche solo da cui dipende uno stipendio, per esempio, di giornalista. Perché non dimentichiamo che i mezzi di comunicazione importanti, o supposti tali, giornali, televisioni e ora mettiamoci anche i social, sono di proprietà e nelle mani di uomini ricchi e potenti e lo stipendio della maggior parte di coloro che lavorano nell’informazione dipende da loro.
Nella precedente puntata abbiamo ascoltato il commento di Leonardo Sciscia:
“l’Italia continua ad essere l’Italia delle gride di Manzoni”.
Le gride a cui Sciascia si riferisce sono quelle ordinanze, quei decreti (oggi li chiamiamo decreti sicurezza) emessi “a sterminio” di facinorosi e violenti e su cui Manzoni ironizza per le parole altisonanti con cui venivano enunciati e la trionfale sicurezza con cui erano emanati, salvo poi risultare non solo del tutto inefficaci allo scopo dichiarato, ma che finivano per danneggiare, per vessare la gente comune.
Purtroppo Sicascia aveva ragione: siamo ancora là. Con le stesse gride, quei decreti, quei DL Sicurezza che oggi come nel ‘600 descritto da Manzoni, e con la stessa enfasi e pompa, vengono di volta in volta enunciati come fossero la magica unzione capace di distribuire sulla comunità pace, benessere e piacevole senso di sicurezza… Gli stessi che a suo tempo facevano sorridere Manzoni, giusto per non piangere, che erano, e sono, dettati da uomini di potere, pensati, da un lato in modo che non danneggino i loro privilegi, i loro interessi e il loro potere. Dall’altro sapendo che loro, i potenti, se vogliono possono anche infischiarsene delle leggi, perché, come dice a Renzo il famoso avvocato Azzeccagarbugli fintanto che lo crede un farabutto colpevole di qualche misfatto, ma protetto da qualche signorotto influente:
“Vedi figliolo, a saper maneggiare le leggi, nessuno è colpevole e nessuno è innocente.” … “Siamo noi poi che ingarbugliamo” … “Con un po’ di spesa certo.”
E… se non puoi permetterti l’azzeccagarbugli, il problema è tuo…
Povero me e poveri voi, ho tradito quanto enunciato nel titolo ‘riflessioni non troppo serie’ ma, se volete prendervela con qualcuno, prendetevela con Manzoni o con Leonardo Sciascia che ci obbligano a riflettere.
Però, per non rendere il nostro minestrone più pesante e indigesto del dovuto ci fermiamo qui per ora. Ne completeremo la cottura nella prossima puntata, per chi, nonostante tutto, vorrà ancora seguirmi.
Arrivederci (spero)!
In questa puntata vedremo come Manzoni ci insegni ad avere un occhio critico anche verso i personaggi positivi, i cosiddetti ‘buoni’. Di quando in quando, ci fa gettare un’occhiata nell’intimo della loro moralità, ci fa entrare nel loro cuore per guardare oltre la facciata. Ovviamente perché noi si impari a riflettere su noi stessi e sul nostro agire.
Il modo con cui egli si rapporta con questi suoi personaggi è intelligente, divertente e allo stesso tempo produce un particolare effetto sul lettore. Ma come sempre, per capire, la cosa migliore è fare degli esempi.
Prendiamo Bortolo.
Bortolo è il cugino di Renzo e quando questo, ritenuto uno dei capi della rivolta di Milano, deve fuggire, si rifugia da lui nel bergamasco. Bortolo lo aiuta e lo protegge. Quando poi Renzo viene ricercato anche lì, il cugino gli trova una sistemazione in un paese vicino cambiandogli anche il nome in, guarda un po’, Antonio Rivolta. Passato il pericolo, Bortolo va a riprenderlo ed ecco Manzoni cosa dice della sua bontà d’animo.
Capitolo XXXIII
Così Bortolo s’era preoccupato di andarlo a riprendere per tenerlo con sé, sia perché gli voleva bene, sia perché Renzo, in quanto giovane di talento e abile nel suo mestiere, in fabbrica gli era di grande aiuto. Senza per altro correre il rischio che gli potesse prendere il posto di factotum, giacché quel benedetto figliolo non sapeva tenere una penna in mano. Siccome in qualche modo c’entrava anche questa ragione, ho voluto farne cenno; magari voi avreste voluto un Bortolo più idealista, ma non so che dirvi, fabbricatevelo voi. Quello era fatto così.
Quello era fatto così, dice lui… lui che l’ha fatto così. Divertente! In pratica Bortolo vuole sicuramente bene a Renzo, ma è meglio stare attenti che questo non diventi più bravo di lui e gli rubi la posizione di dirigente. Siamo tutti buoni e bravi, soprattutto se, o fin tanto che, la nostra bontà non ci è di danno.
Stessa operazione la fa pure con fra Cristoforo, quel fra Cristoforo a cui assegna il ruolo di sant’uomo, di persona integerrima e corretta. Che mai farebbe in coscienza alcunché che non sia assolutamente virtuoso. Eppure…
Siamo nel palazzotto di don Rodrigo, il frate ha appena avuto un diverbio col signorotto. Non c’è stato verso di farlo recedere dalla sua volontà di prendersi Lucia con le buone o le cattive. Il frate l’ha pregato e poi minacciato. Nulla. Uscendo però un vecchio servitore del farabutto, che di nascosto ha ascoltato la discussione, offre il suo aiuto al frate. Certamente una buona cosa… Forse sì, forse no. Ecco cosa dice Manzoni:
Capitolo VI
Quell’uomo era stato ad origliare all’uscio del padrone, aveva fatto bene? E fra Cristoforo aveva fatto bene a lodarlo per questo? Secondo le regole più comuni e accettate da tutti, la cosa di per sé è molto brutta. Però, quel caso specifico, poteva costituire un’eccezione lecita? Esistono eccezioni lecite alle regole più comuni e generalmente accettate? Queste sono domande molto importanti, a cui però ogni lettore darà la propria personale risposta, se lo vorrà; per me basta avere dei fatti da raccontare.
Ahi, ahi, Alessandro… per evitare guai non prendi posizione… Se non la prendi tu non vedo perché dovrei farlo io…
Vabbhé, ciascuno pensi alla propria risposta. Anche se, forse, la posizione di Manzoni la possiamo intuire dai commenti che egli stesso fa a riguardo di donna Prassede, quel particolare genere di bigotta che ripone nel ‘far del bene’ lo scopo della sua esistenza, anche contro la volontà delle stesse persone a cui lei vuole fare il bene. E la gente la considera una ‘santa donna’.
Capitolo XXV
Per raggiungere il bene, riteneva leciti certi mezzi che non lo erano affatto, supponendo, nella sua strampalata convinzione, che chi fa più del proprio dovere, ha poi diritto di andare oltre il lecito.
A quanto pare il pensiero di Manzoni è: non esistono ‘eccezioni lecite’.
Naturalmente non la fanno franca nemmeno Lucia e Renzo. Nel caso che riporto, di loro non si limita a entrare nel merito dei comportamenti ma ci porta nell’intimo dei loro cuori. Nei sentimenti di cui non sono forse nemmeno consapevoli, ma che determinano le loro azioni e i loro pensieri.
Al capitolo V, Renzo vuole convincere Lucia a tentare il colpo con don Abbondio al fine di farsi dichiarare maritati ingannando il parroco. Si tratta di prendere il prete di sorpresa e dichiararsi sposi davanti a lui e a due testimoni, cosicché il parroco sarà costretto a convalidare il matrimonio anche contro la propria volontà. Lucia però non ci sta, non vuole essere partecipe di un inganno. Tra i due vi è una gran discussione e Renzo sembra perdere il senno per la disperazione, pare persino disposto ad uccidere.
Manzoni, che qui si rende un po’ maliziosetto, attribuisce la sua malizia al povero anonimo autore dell’antica pergamena da cui finge di trarre la sua storia.
Capitolo V
In mezzo a quella sua gran collera, Renzo, aveva pensato cos’avesse da guadagnarci dallo spavento di Lucia? E aveva magari forzato un po’ la mano, per rendere tutto più drammatico e ottenere quello che voleva? L’autore anonimo dice di non saperne nulla e possiamo credere che neppure Renzo se ne rendesse conto.
Renzo quindi forza la mano, in qualche misura inganna l’amata per ottenere quello che vuole. Alla fine Lucia cede Manzoni commenta:
Capitolo V
A questo punto, sempre l’autore anonimo, confessa di non sapere un’altra cosa: se Lucia fosse in tutto e per tutto scontenta di essere stata costretta ad acconsentire. La cosa perciò resta in dubbio anche per noi.
La nostra Lucia, sempre così perfetta, sempre così impeccabile, sempre così virtuosa, ora non è poi così scontenta di essere stata costretta a decidersi di ingannare il parroco.
Ma, se ci fate caso, questo modo di trattare i personaggi, genera su noi lettori un effetto particolare. Manzoni uscendo dal suo ruolo di narratore, si affianca al lettore per commentare con lui i loro comportamenti, quasi a suggerire sottovoce e all’orecchio del lettore le sue osservazioni anche un po’ maliziose.
Come se un amico vi si affiancasse per commentare, magari anche con un po’ di malizia, il comportamento di una terza persona. Ciò che ne risulta è che la scena, la narrazione, si interrompe per un momento e questo o quel personaggio, per ciò che fa o dice, finisce sotto un riflettore. E quello si trova lì, solo, davanti ai nostri sguardi, esposto ai commenti suggeriti proprio dal suo creatore.
Come una statuetta di un presepio tolta dalla rappresentazione della natività e messa nelle mani di un visitatore perché la osservi in ogni dettaglio, difetti compresi. Ciò che è buffo è che così facendo ciascuno di quei personaggi, diventa particolarmente reale, concreto, come concreta diventa la statuetta del presepio in mano al visitatore, che può toccarla, osservarla e sentirla vera.
Non a caso se e andate a leggere ciò che i critici, nel tempo, hanno scritto sui personaggi del romanzo manzoniano, che spesso sono pagine di profili psicologici, li trattano come se fossero personaggi reali, concreti, realmente vissuti. Trascurando del tutto il fatto che sono frutto della fantasia del loro autore. Evitando, dico io, anche di porsi una domanda importante: perché Manzoni li ha voluti così?
E con questa domanda: ‘perché Manzoni li ha voluti così’, passiamo ad occuparci di don Abbondio. Che sarà l’unico tra i personaggi principali di cui intendo parlare in modo approfondito. Approfondito, si fa per dire…
Come anticipato nella precedente puntata, ascoltiamo un commento di Leonardo Sciascia:
“Mentre ascuola ci propinavano ‘idea che il protagonista del libro fossero la Provvidenza e la Grazia, io ho pensato sempre che il protagonista del libro fosse don Abbondio e che don Abbondio è il vero vincitore del libro. Perché anche se i due sposi promessi poi si sposano, è un fatto che sono stati costretti ad emigrare. Chi resta lì trionfante su tutto, sui lanzichenecchi, sulla peste, su don Rodrigo, è don Abbondio. E visto da questa angolazione il libro appare molto diverso. A scuola lo danno come una lettura consolatoria, invece non è consolante per niente, direi che è desolante addirittura. Perché l’Italia continua ad essere l’Italia delle ‘grida’ del Manzoni, c’è dentro tutto, anche le Brigate Rosse.”
Intanto prendiamo atto che Sciascia sembra suggerire che l’ironia di Manzoni potrebbe essere… come dire un ‘ridere per non piangere’.
Tornando al confronto tra l’ironia di Manzoni e quella di Voltaire, capiamo che l’ironia del francese esprime disperazione, quella del Manzoni fa sì sorridere, ma è pur sempre un sorriso che lascia, ai più attenti, un retrogusto amaro.
Poi, don Abbondio: il vincitore.
La viltà vince su tutto?
Il vile ad oltranza, il fifone oltre ogni limite, che fino alla fine della storia resta se stesso senza pentimenti, né ripensamenti. Incrollabile perfino ai rimproveri dell’arcivescovo Federigo Borromeo, a cui cede giusto giusto una briciola di vergogna. Ma che presto rientrerà.
Perché Manzoni non ha voluto per don Abbondio un percorso di ravvedimento, ma ne ha fatto un prete che non si pente e non si ravvede? Che cosa sta a significare questo? Mah!
I commenti sulla sua figura si sono sprecati, tutti lo deplorano, una vergogna per il genere umano, figuriamoci per il mondo clericale, per i preti tutti!
Ciò che vedo io in don Abbondio, invece è qualcosa di simile a un parafulmine. Il fantoccio su cui sfogare la nostra rabbia e la nostra frustrazione. Magari evitando di chiederci che cosa avremmo fatto noi in quella situazione. Di fronte a una minaccia di carattere mafioso, fatta per conto di un uomo potente, rispettato, ben visto e protetto, non solo dai suoi bravi, ma anche dalle forze dell’ordine. Quelli per cui un ricco, che ripaga bene, ha sempre ragione, magari anche dopo prova contraria.
Cosa si pretende da uno che si è fatto prete, non per vocazione, ma per non dover vivere una vita da cane preso a calci. Perché tale era la vita della gente semplice a quel tempo.
Molto illuminante in tal senso è un pensiero di don Rodrigo, in questo caso rivolto a Renzo e Lucia, i quali di fatto appartengono alla stessa classe sociale a cui apparteneva anche don Abbondio prima di essere don:
Capitolo XI
E a Milano? Chi si cura di questa gente a Milano? Chi gli darà retta? Neppure sanno che esistono. Questa è gente sperduta sulla Terra, non hanno neppure un padrone, gente di nessuno.
Se si fosse trattato di un servo, una capra, una gallina allora ci sarebbe stato un padrone a cui rendere conto, ma sono gente di nessuno, non sono una proprietà di nessuno. Per cui non ci sarà nessuno che si interesserà a loro. E questo vale anche per il giovane, fifone, Abbondio, che ha visto nel farsi prete un salvagente. Come dargli torto in una società come quella?
E a ben vedere, anche il rimprovero che gli fa l’arcivescovo Federigo Borromeo, dicendogli che cosa avrebbe potuto fare è discutibile:
Capitolo XXVI
“Come non ha pensato” proseguiva questo (l’arcivescovo) “che, anche se quegl’innocenti insidiati, non avessero avuto nessun rifugio, io potevo accoglierli e metterli in salvo, se lei me li avesse indirizzati? Indirizzati a un vescovo come cosa sua, come parte preziosa, non del suo carico, ma delle sue ricchezze.”
Ebbene questa via di fuga sembra essere giudicata non percorribile neppure da fra Cristoforo, che pure avrebbe fatto di tutto per aiutare i due ragazzi. Questi sono i pensieri del buon frate che informato della minaccia di don Rodrigo riflette su cosa conviene fare:
Capitolo V
Informare di tutto il cardinale arcivescovo, chiedendo che intervenisse con la sua autorità? Ci sarebbe voluto tempo e intanto che cosa sarebbe successo? E poi, quand’anche la poveretta fosse stata maritata, sarebbe stato questo un freno per quell’uomo? Chi può dire fin dove si sarebbe spinto. Resistergli? Come?
Anche fra Cristoforo in quel frangente si sente solo e senza la possibilità di intervenire concretamente:
Ah, se potessi – pensava il povero frate – tirare dalla mia i miei confratelli di Milano! Ma la cosa non li riguarda, mi lascerebbero solo. Quell’uomo si spaccia per amico del convento, recita la parte dell’amico dei cappuccini. Quante volte i suoi bravi sono venuti a rifugiarsi da noi! Sarei lasciato a ballare da solo. Mi darebbero della testa calda, dell’impiccione, dell’attaccabrighe e alla fine rischierei, con un intervento maldestro, di peggiorare la condizione di questa poveretta.
Lui, che ha il coraggio che manca a don Abbondio, non trovando percorribile la via che l’arcivescovo prospetterà poi al parroco, va ad affrontare don Rodrigo a tu per tu. Ma senza risultato, anzi peggiorando la situazione.
Il povero don Abbondio, non è stato certo né il primo, né l’ultimo uomo fattosi prete solo per salire di condizione sociale. La società e il mondo clericale stesso, portavano a questo. E tutto sommato il nostro prete ci ha visto giusto.
Infatti a conclusione della storia, scopriamo che nonostante tutto egli godrà di un ben più alto rispetto che non i due ragazzi. A lui andrà un onore che sarà negato ai due sposi.
Infatti, poco prima del matrimonio celebrato da don Abbondio stesso, entra in scena un certo marchese che ha ereditato le proprietà del defunto don Rodrigo, morto di peste. Il marchese è una brava persona e addirittura invita gli sposi a pranzo da lui, proprio nel palazzotto che fu di quell’anima andata a rendere conto delle sue malefatte. Sentiamo come vanno le cose.
Capitolo XXXVIII
Il marchese fece loro una gran festa, li portò in una bella sala, fece accomodare a tavola gli sposi con Agnese e la mercantessa, fece gli onori di casa, anzi, aiutò a servirli, poi si ritirò a pranzare altrove con don Abbondio. Forse a qualcuno verrà da dire che sarebbe stato più semplice fare una tavolata unica. Io vi ho detto che era un brav’uomo, ma non che era un tipo originale, vi ho detto che era umile, non che fosse un portento di umiltà. Aveva tutta l’umiltà che serviva per mettersi al di sotto di quella brava gente, ma non per stare al loro pari.
Ecco lì, il marchese persona gentile che sta di fatto aiutando generosamente i due ragazzi, considera don Abbondio degno della sua tavola, ma non altrettanto degni gli altri suoi ospiti. In una società siffatta cosa possiamo mai attenderci dai tanti don Abbondio, che da lungo tempo calpestano la superficie del nostro povero pianeta? E non guardiamo solo a quelli che vestono abiti sacerdotali, anzi! Se ci guardiamo in torno oggi, 2026, con quanta tristezza vediamo quanti sono i don Abbondio senza tonaca, e che pure rivestono incarichi ben più importanti di quelli di un semplice parroco di campagna, che spalleggiano potenti forti del loro denaro e della loro impunità. Tanti don Abbondio che invece di accusare i crimini commessi dai potenti, trovano modo di accusare proprio coloro che subiscono soprusi spaventosi o chi vorrebbe difenderli. Lo scrittore lo chiama: il sistema don Abbondio. E sono dei don Abbondio per interesse, per denaro, per viltà, per godere dei privilegi offerti dai potenti, ma anche per puro piacere di esserne servi.
Ebbene, cosa dobbiamo riferire all’Illustrissimo signor don Rodrigo?”
“I miei rispetti…”
“Sarebbe a dire?”
“Disposto… disposto ad obbedire, sempre.”
Ma torniamo alla penna di Manzoni.
Vi ricordate il film ‘Chi ha incastrato Roger Rabbit’? C’era la perfida quanto conturbante Jessica Rabbit che a un certo punto se ne esce con una bella battuta:
“Io non sono cattiva, è che mi disegnano così.”
Anche il nostro prete potrebbe mettere il naso fuori dal libro e lamentare:
“Io non sono così vile, è Manzoni che mi scrive così.”
Infatti la domanda che nessuno sembra porsi è: perché Manzoni ha voluto che, un sacerdote, un prete, fosse così incrollabilmente vile?
Naturalmente non sono io quello che può rispondere, nel mio piccolo posso solo porre la domanda e vedere se qualcuno ha una risposta da dare.
Torneremo ancora su don Abbondio “parafulmine”, più avanti, quando parleremo della cosiddetta grande religiosità di Manzoni nei Promessi Sposi. Tema questo che mi intriga molto, perché su questo c’è molto da riflettere.
Ma per il momento torniamo a Leonardo Sciascia.
Secondo lui Renzo e Lucia sono perdenti perché costretti ad emigrare.
Eppure questo non è esatto. Ecco cosa scrive Manzoni:
Capitolo XXXVIII
Qualcuno magari si chiederà se non fu anche un dolore staccarsi dal paese, da quelle montagne: certo che lo fu. Del dolore ce ne fu un po’ per tutto. Però forse non fu così forte, poiché avrebbero potuto risparmiarselo restando a casa loro, ora che i due grossi problemi, don Rodrigo e l’ordine di cattura, non c’erano più. Ma già da un po’ di tempo si erano abituati a pensare che il loro paese era quello dove stavano andando. Renzo l’aveva fatto piacere alle donne raccontando com’erano trattati bene gli operai laggiù e cento cose belle che si facevano là.
A differenza di quello che dice Sciascia la loro è una scelta valutata, ponderata, non una costrizione.
Manzoni spiega a più riprese che il mestiere di Renzo era in decadenza nel milanese, mentre molto più florido nel bergamasco e i lavoratori erano attratti da privilegi e grosse paghe. Queste sono le parole di Renzo:
Capitolo VI
“A due passi da qui, nel bergamasco, chi lavora la seta è accolto a braccia aperte. Sa quante volte mio cugino Bortolo, ha insistito perché andassi a stare da lui. Là farei fortuna come ha fatto lui. E se non gli ho mai dato retta è perché… a che serve? Il mio cuore è qui.”
E infatti Renzo emigrando diventerà, assieme al cugino, in imprenditore in quel settore.
Sciascia non sembra considerare che quando dei giovani emigrano, lasciano il proprio Paese per andare dove sanno di trovare opportunità migliori, gli sconfitti non sono loro, ma il paese che lasciano. Sciascia doveva saperlo bene visto che la Sicilia è stata terra d’emigrazione, come lo fu tutta l’Italia, d’altronde. E molti di coloro che se ne andarono, lasciarono la miseria e davvero trovarono altrove grandi opportunità. E quanti giovani capaci, intelligenti, ancora oggi lasciano l’Italia per trovare altrove quelle opportunità che qui sono negate, per colpa di politiche nepotistiche, clientelari, o chiamatele come volete, ma tutto anziché meritocratiche? Sono loro gli sconfitti? No di certo! Ogni volta che qualcuno se ne va, ad essere sconfitta è l’Italia tutta…
Sciascia dice che dentro il romanzo del Manzoni c’è tutto, anche le Brigate Rosse. Io non so dire se ci sono o no le Brigate Rosse, di certo, oltre a uno scambio di favori più o meno leciti, tra il potere dei ricchi e il potere religioso e la soggezione di quest’ultimo verso il primo, come vedremo in altra puntata, c’è la collusione tra criminalità e potere. Vi sono descritti l’arroganza e i soprusi di una sistema politico colluso, strettamente legato, a una criminalità di tipo mafioso, fortemente radicato, badate bene, in Lombardia non nel meridione. Che oggi sembrerebbe scomparso del tutto… a meno che non abbia cambiato solo abiti e metodi? Mah!
Adesso che vi ho fatto venire il mal di testa, vi saluto e vi dò l’arrivederci alla prossima puntata in cui parleremo di masse, di moltitudine, di popolo e dei guai ad essi connessi.
A presto!
Ripartiamo da dove eravamo rimasti nella precedente puntata e dall’affermazione del professor Roberto Bizzocchi:
“Del resto la famosa ironia di Manzoni nei Promessi Sposi è l’ironia di Voltaire. In un punto… c’è un punto del libro in cui ho cercato di farlo vedere: è proprio l’ironia di Voltaire. Se si leggono questi due autori ravvicinati, si vede che è stato il suo grande ispiratore in questo.”
Come dicevo più che sul modello di ironia, credo che il professore abbia ragione su un’altra cosa: Manzoni sembra essersi ispirato a Voltaire per certe strutture narrative. Su alcuni modi di raccontare i due sono davvero così simili che possiamo credere che Manzoni l’abbia letto, gli sai piaciuto e in questo l’abbia voluto imitare.
Con tutto ciò non credo che questo aver copiato un modello da un altro scrittore sia un demerito, anzi, l’ha saputo fare così bene che leggendo i due scrittori ravvicinati, in questo particolare aspetto, nessuno dei due appare migliore dell’altro. Se non fosse che sappiamo che Voltaire è arrivato sulla scena prima di Manzoni, non si saprebbe chi ha preso da chi. E poi vi è una massima attribuita a Salvator Dalì riferita al campo dell’arte figurativa ma applicabile in ogni campo artistico: ‘Chi non copia nessuno, rimane nessuno’.
Cioè, ogni artista, pur se di carattere, pur se di talento, parte da un modello, poi la sua personalità, emergendo lo farà diventare unico.
Vi leggo ora qualcosa dell’uno e dell’altro per spiegare meglio a cosa mi riferisco:
Questo brano è da “L’ingenuo” di Voltaire:
“Dopo che lo zio, la zia e tutti i vicini ebbero cantato il Te Deum; dopo che il balivo ebbe di nuovo aggredito l’Ingenuo con le sue domande; dopo che fu dato fondo a tutto ciò che la meraviglia, la gioia, la tenerezza possono far dire, il priore della Montagna e l’abate di St-Yves decisero di far battezzare l’Ingenuo il più presto possibile.”
Questo invece è Manzoni:
“Dopo essersi messa le mani nei capelli, dopo aver gridato svariate volte: “Oh, Signore! Ah, Madonna!”, dopo aver fatto al messo molte domande, alle quali il poveretto non sapeva rispondere, era salita in fretta sul carro, continuando anche in strada ad esclamare e a far domande senza risultato.”
Sempre Manzoni:
“Dopo tutto questo tempo, dopo tante chiacchiere, ci aspettavamo qualcosa di meglio. Cos’è in fin dei conti?”
“Dopo un grande urlo, dopo un ultimo e più violento sforzo per liberarsi, cadde di colpo, sfinito e instupidito.”
Credo che non vi sia sfuggita la similitudine tra i due modi di narrare. Come l’uso della ripetizione dell’avverbio ‘dopo’, usato per creare una sorta di sospensione e aspettativa prima di giungere alla frase conclusiva, sia praticamente identico in entrambi gli scrittori.
Stessa cosa succede in altri casi. Nell’esempio che segue entrambi gli scrittori ripetono l’avverbio ‘ora’ per ottenere lo stesso effetto.
Leggo da “L’ingenuo” di Voltaire”:
“Ora malediceva suo zio, sua zia, tutta la Bassa-Bretagna e il suo battesimo; ora li benediceva tutti perché grazie a loro aveva conosciuto colei che amava.
Leggo Manzoni.
“Ora stendeva il braccio per la rabbia, ora l’alzava per disperazione, ora lo agitava in alto come per minacciare e ogni gesto era seguito da violenti scossoni che facevano ballonzolare quelle quattro teste penzolanti.
Lo so, questo brano l’abbiamo già letto la volta scorsa, ma ci era utile anche qui.
Non è solo in questa formula narrativa che i due si somigliano.
Leggendo con attenzione scopriamo come spesso sia Voltaire che Manzoni, passano da una narrazione al tempo passato, a raccontare al tempo presente. Una formula questa che rafforza il racconto, sottolineando un crescendo, un climax narrativo.
È da notare come questo saltare dal passato al presente, genera un effetto particolare, proietta cioè, il lettore all’interno della scena stessa.
L’effetto è molto simile a ciò che avviene in cinematografia quando si passa a inquadrare la scena e l’azione con quella che si chiama ‘inquadratura soggettiva’. Vale a dire quando la macchina da presa inquadra la scena come fosse vista dall’occhio del protagonista. Per cui lo spettatore non è più l’osservatore esterno, ma si sostituisce al protagonista stesso. E si ritrova quindi nel bel mezzo della scena, circondato dall’azione. Vediamo un paio di esempi.
Ecco Voltaire:
“L’Ingenuo, offeso, non pensò più che a battersi contro i suoi vecchi amici in favore dei suoi compatrioti (i francesi) e del signor priore. I gentiluomini del vicinato accorrevano da ogni parte: si unì a loro; avevano qualche cannone; egli li caricava, prendeva la mira e sparava con tutti uno dopo l’altro. “
(fin qui è narrato al passato, poi si passa al presente)
“Gl’Inglesi sbarcano; egli corre verso di loro e ne uccide tre, ferisce persino l’ammiraglio che si era preso gioco di lui. Il suo valore suscita il coraggio di tutta la milizia; gl’Inglesi (respinti) risalgono sulle navi e tutta la costa risuona di grida di vittoria: «Viva il re! viva l’Ingenuo!»
(ora che l’azione è finita si torna al passato)
Ognuno l’abbracciava, ognuno si dava premura di stagnare il sangue di qualche ferita leggera che aveva riportato. (…)
Il balivo, che si era nascosto in cantina durante il combattimento, venne a complimentarsi con lui come avevano fatto gli altri.”
Ora vediamo il Manzoni.
Si inizia con la narrazione al passato.
“Agnese, accorgendosi che il brav’uomo parlava solo per il suo interesse, l’aveva mollato lì e se ne era andata senza dirgli né sì, né no, avendo tutt’altro a cui interessarsi, e si era rimessa in strada.
Finalmente il carro arriva e si ferma davanti alla casa del sarto.”
(eccoci al tempo presente).
“Lucia si alza di scatto, Agnese scende, si precipita dentro, sono nelle braccia l’una dell’altra. La moglie del sarto, che è la sola lì presente, fa coraggio a tutt’e due, le tranquillizza, si rallegra per loro e poi, con discrezione, le lascia sole. (…)Passato quel primo sfogo di abbracci e di singhiozzi, Agnese volle sapere…”
(rieccoci al passato)
“volle sapere da Lucia com’erano andate le cose e lei iniziò affannosamente a raccontare.”
Questa cosa, soprattutto in Manzoni avviene parecchie volte:
“Ciò fatto, (il Griso) batté alla porta pian piano,”
(qui siamo al passato)
“con l’intenzione di spacciarsi per un pellegrino smarrito in cerca di un ricovero per la notte. Nessuna risposta. Batté più forte, nulla, nemmeno un fiato.
Allora va a chiamare un terzo malandrino,”
(eccoci al presente)
“lo fa scendere nel cortiletto come gli altri due, con l’ordine di scardinare pianino la serratura, per avere libero l’accesso e la fuga. Tutto viene eseguito con grande cautela e la certezza che filerà tutto liscio.”
Tutta la narrazione dell’intrusione in casa di Agnese e Lucia da parte del Griso e dei suoi bravi prosegue al presente e il lettore segue l’azione come fosse lì in mezzo a loro. Finché non arriva uno scampanio di allarme che spaventa tutti, allora si torna al passato.
Leggiamo da quando il ragazzotto, Menico, è entrato nel cortiletto della casa di Lucia e Agnese invasa dai bravi ed è stato acciuffato:
“Zitto! O sei morto.”
“Lui invece caccia un urlo.
(qui siamo ancora al presente)
Uno di quei malandrini gli mette una mano sulla bocca, l’altro tira fuori un gran coltellaccio per fargli paura. Il ragazzotto trema come una foglia e non tenta neppure più di gridare. Ma tutto a un tratto, invece che lui e con ben altro tono, si fa sentire quel primo, forte rintocco di campana, seguito subito dalla tempesta di rintocchi, tutti in fila. (…) Sia all’uno che all’altro di quei brutti ceffi, parve di sentire in quei rintocchi…”
(rieccoci la passato)
“il proprio nome, cognome e soprannome; lasciarono andare le braccia di Menico, misero via il coltellaccio, spalancarono la bocca e le mani, si guardano in faccia e corsero via verso il casale, dove c’era il grosso della truppa. Menico partì a gambe levate verso il campanile.”
Ecco, a me pare quindi che se vogliamo trovare somiglianze tra Voltaire e Manzoni, le troviamo più nel modo di raccontare che nell’ironia, per la quale, al di là del fatto che entrambi ne fanno uno stile, l’uno e l’altro di stile hanno il proprio.
Per tornare all’ironia e all’umorismo di Manzoni nei Promessi Sposi, voglio proporvi ancora un brano che io trovo di grande acume, forse perché anch’io sono solito fare la medesima brutta figura che qui viene raccontata.
Siamo in casa del sarto del villaggio. A sorpresa si presenta lì il cardinale Federigo Borromeo per chiedere di ospitare per qualche giorno Lucia che è appena stata liberata dall’Innominato, e sua madre Agnese. Il fatto che sia il cardinale ad andare lì è di per sé un fatto insolito e piuttosto eclatante. Un evento straordinario e un grande onore per la famiglia del sarto. E lui, che in mezzo alla quasi totalità di analfabeti dei suoi compaesani, è considerato quasi un letterato perché ha letto alcuni libri, vorrebbe distinguersi, usando col cardinale parole che esprimano il suo livello culturale. Leggiamo.
Capitolo XXIV
(Il cardinale) Rinnovò i ringraziamenti che aveva fatto fare dal parroco e chiese loro se potevano fare la grazia di ospitare per qualche giorno le due donne mandate da Dio.
“Oh sì, signore.” rispose la donna con un tono di voce e un sorriso che esprimeva molto di più dell’asciutta risposta mezza soffocata dalla vergogna. Ma il marito eccitato dalla presenza di un tale personaggio, desideroso di farsi onore in un’occasione così importante, pensava con ansia a una risposta più appropriata. Raggrinzò la fronte, girò gli occhi di traverso, strinse le labbra, tese con il massimo sforzo l’arco dell’intelletto, cercò, frugò, sentì da dentro un’accozzaglia di mezze idee e mezze parole, ma il momento stringeva e il cardinale dava già segno di mal interpretare il suo silenzio, così il pover’uomo aprì la bocca e disse:
“Si figuri.” e non gli venne altro.
Per questo rimase avvilito non solo quel momento, ma per il resto della sua vita. Quel ricordo fastidioso gli guastò il piacere del grande onore ricevuto. E quante volte, ripensando a quella circostanza, gli venivano in mente, quasi per dispetto, parole che sarebbero state tutte meglio di quell’insulso: “Si figuri!”
Non so voi ma io in questo misero, insulso “si figuri” mi ci sono ritrovato parecchio, ahimé! Mi consolo però pensando che Manzoni non abbia potuto inventarsi questa frustrante situazione, senza averla vissuta egli stesso in prima persona. Forse anche lui, com’è successo a me più d’una volta, e a chissà quanti altri, di voi, in qualche occasione ha frugato nella mente per trovare le parole giuste per far bella figura in un incontro importante. Trovandovi poi nulla di più di un qualcosina di poco significativo al pari di quel misero “si figuri”. E ovviamente dopo, ecco saltar fuori come folletti dispettosi tutte le parole che avresti voluto dire e che, benedette loro, se ne stavano ben nascoste.
E in questa mia idea, che si tratti cioè di un quadretto di vita vissuta da Manzoni stesso, sembrano sostenermi anche le parole di Mattia Pascal che, per la penna di Luigi Pirandello, dice:
“Nulla s’inventa, è vero, che non abbia radici, più o men profonde, nella realtà”.
Grazie Maestro!
Prima di concludere vorrei ancora far notare come l’ironia, anzi l’umorismo di Manzoni, che come ho detto nella precedente puntata, secondo me ridacchiava divertito mentre scriveva, si riveli anche nella scelta dei nomi che dà ai suoi personaggi.
Primo tra tutti don Abbondio. Evidentemente se lo immaginava ‘abbondante’ nelle forme e soprattutto nella circonferenza vita. Infatti è così che lo fa rappresentare nelle illustrazioni di Francesco Gonin. Come dire: nomen omen.
Ad affiancarlo c’è l’Azzeccagarbugli. È solo un soprannome, ce lo dice Agnese e come si chiami realmente non si sa. Ma quel nome non poteva essere più azzeccato: comico e tragico insieme, proprio come il personaggio che il povero Renzo si trova davanti. Una curiosità, tempo fa ho ascoltato l’audiolibro de ‘I Miserabili’ di Victor Hugo, in italiano ovviamente e con sorpresa ho sentito che il traduttore ha usato un paio di volte la parola ‘azzeccagarbugli’, in sostituzione della parola avvocato o avvocati, non ricordo bene. Non ho idea quale termine avesse usato Hugo, ma il traduttore ha ritenuto azzeccato tradurlo con il nome inventato da Manzoni.
Anche quando Renzo deve nascondersi perché ricercato come un capo della rivolta di Milano e deve anche cambiare nome, il cugino Bortolo lo fa chiamare Antonio Rivolta, quasi a sfottere gli inquirenti.
Che dire di Perpetua la serva, o domestica di don Abbondio. Questo nome è talmente centrato che per estensione è divento il nome con cui sono chiamate le domestiche dei parroci. Perpetua non l’ha inventato Manzoni, risulterebbe essere una martire cristiana del 205 d.c., ma credo che ben pochi genitori abbiano battezzato una bimba con quel nome dopo la pubblicazione del romanzo. Povera Perpetua, la martire intendo, martirizzata anche nel nome.
Sentite poi i nomi dei pretendenti di Perpetua, quelli che lei dice di aver rifiutato ma che le malelingue dicono che sono loro a non averla voluta, Manzoni li chiama: Beppe Suolavecchia, e Anselmo Lunghigna
Pure l’Innominato è a modo suo ironico. Perché Manzoni dandogli quel non-nome ironizza sul fatto che in tutti i documenti storici che lui ha trovato e che parlano di quel personaggio, che è realmente esistito seppure in altre vesti, si riferiscono a lui con termini quali: uno, costui, colui, quest’uomo, quel personaggio. Ma (cito Manzoni) “ovunque vi è una grande attenzione a evitare di farne il nome, quasi che il nominarlo potesse bruciare la penna in mano allo scrittore”.
Anche i nomi dei bravi di don Rodrigo hanno un che di umoristico. Vabbè il Griso è solo evocativo, ma gli altri: Grignapoco (un bravo di Bergamo), poi abbiamo Tiradritto, Montagnarolo, Tornabuso, Squinternotto. Lo stesso Manzoni commenta: “Caspita, che bei nomi! Proprio da tenerseli stretti stretti”. Basta questo commento a farci capire che lui stesso ridacchiava scrivendo, no?
Salutiamoci qui. Nella prossima puntata parleremo di come spesso Manzoni usi l’ironia anche per farci osservare e riflettere sui comportamenti dei suoi personaggi, soprattutto quelli positivi. Ascolteremo anche un importante contributo di un grande della letteratura italiana: Leonardo Sciascia. E anche da lui trarremo spunto per le nostre solite, insolite riflessioni.
Arrivederci!
Questo non è certo un argomento di cui non si parli, l’ironia del Manzoni è sicuramente famosa, se n’è parlato e se ne parla parecchio, eppure anche qui c’è spazio per qualche inconsueta riflessione.
L’idea che io me ne sono fatto, leggendo e rileggendo più volte I Promessi Sposi, sia lavorando alla riscittura, che registrando l’audiolibro della stessa, è che Manzoni scrivesse ridacchiando.
Che lui per primo si divertisse un sacco mentre metteva su carta il suo racconto, impreziosito da quelle sue intelligenti, argute trovate a cavallo tra ironia e comicità.
Ho poi scoperto che questa impressione non è solo mia. Arturo Rabetti nel suo ‘Divagazioni Manzoniane’ già nel 1940, definisce quello del Manzoni: l’arguto spiritello umoristico. Bene!
Anche se oggi, parlando del Manzoni e dei Promessi Sposi, si preferisce fare solo riferimento all’ironia. Forse perché l’umorismo, la comicità, sanno di frivolo e in quanto tali non degne della levatura culturale a cui è stato elevato il libro. Mentre il termine ‘ironia’, cosa diversa e dal sapore meno frivolo, con un mantello largo abbastanza da coprire l’umorismo e la comicità, che non necessita di sorriso e di buon umore, che può essere feroce, cruda e cupa (vedi Voltaire appunto), è più gradita dalla Cultura con la C maiuscola. E che questa storca il naso all’umorismo, lo nota anche il nostro Luciano De Crescenzo che nel suo ‘Storia della filosofia greca – I Presocratici’ edito da Mondadori annota (riprendo direttamente dalla lettura di Gustavo La Volpe):
‘L‘avversione alla risata è un sintomo molto diffuso anche ai nostri giorni. Provate ad osservare l’atteggiamento degli intellettuali italiani quando vengono intervistati in T.V.: noterete subito come il loro sguardo è sempre permeato da un’austera consapevolezza. Dio solo sa quali oscuri meccanismi calvinisti, fatti di complessi di colpa e desideri di espiazione, li rendano così allergici alla comicità. Forse il motto latino ‘Il riso abbonda sulla bocca degli stolti’ è stato messo in giro proprio da un antenato di Moravia, di Sciascia, o di Giorgio Bocca. Fortunatamente di tanto in tanto spunta un Einstein o un Bertrand Russell e il cielo della cultura torna a tingersi di azzurro.’
E a noi tanto basta.
D’altra parte, come abbiamo visto fin dalla primissima puntata, Manzoni fa iniziare il suo libro, non con quelle famose righe poetiche che tanto piacciono a quelli che sanno, al punto da mistificarle dicendo che così inizia il libro, ma lo fa iniziare con uno scherzo, una burla, divertendosi a giocare con il lettore. E con quel suo umorismo, unito a quel suo modo ironico di raccontare, dà il LA, crea la nota che definisce il tono narrativo di gran parte del romanzo.
Come anticipato nella scorsa puntata ascoltiamo ora un commento del professor Roberto Bizzocchi da cui trarremo lo spunto per alcune riflessioni. Dice Bizzocchi:
“Del resto la famosa ironia del Manzoni nei Promessi Sposi è l’ironia di Voltaire. In un punto… c’è un punto del libro in cui ho cercato di farlo vedere: è proprio l’ironia di Voltaire. Se si leggono questi due autori ravvicinati, si vede che è stato il suo grande ispiratore in questo.”
Io ho seguito il consiglio del professore. Ho chiesto a Dario, quel mio figlio che mi consigliò la lettura dei Promessi Sposi, se aveva qualcosa di Voltaire. Dalla sua biblioteca ha tirato fuori un libriccino, piccolo, ma conteneva due racconti “Candido” e “L’Ingenuo”. Due letture piuttosto brevi. Siamo d’accordo che l’ironia è ironia, ma già dopo poche pagine, il mio stomaco ha cominciato a farmi sentire la grande differenza tra Manzoni e Voltaire: Manzoni stimola il sorriso, forse proprio perché la sua ironia si mescola all’umorismo. Leggendo Voltaire invece ho cominciato a sentire lo stomaco chiudersi, stringersi, contorcersi. Lo scrittore francese è duro, brutale, diretto, forse addirittura cinico. Anche se, purtroppo, ciò che fa più male e fa più soffrire è che la cattiveria, la crudeltà, la disumanità umana su cui egli ironizza è tristemente reale (e quanto è spaventosamente reale proprio in questi giorni).
Anche Manzoni, attraverso l’ironia si fa osservatore di difetti umani e problemi sociali.
Impunità dei potenti, arroganza e presunzione di politici inetti, avidità dei ricchi che vedono solo il loro profitto, deliberatamente disinteressati al benessere e alle vite delle persone. Poi l’ignoranza e la beceraggine considerate un pregio non un difetto, guerre, militari, clero, corruzione… ce n’è per tutti…
Ma Manzoni non è duro e angosciante come Voltaire.
Forse si può obiettare che egli edulcori la realtà, che usi l’umorismo e l’ironia per alleggerire la narrazione di fatti non così felici. Insomma che ci faccia sorridere per non farci piangere. Al contrario di Voltaire il quale fa leva proprio sull’ironia per rimarcare, per carcare la mano sul dolore e la sofferenza. Manzoni poi, di fronte a drammi reali, abbandona del tutto quel modo di raccontare e si fa testimone del dolore umano. Soprattutto quando racconta della carestia e della peste che seguì, ci rende empatici di quelle sofferenze riportando dettagli trovati in documenti storici scritti da testimoni oculari, dettagli forti e dolorosi.
Ma sul dolore Manzoni non infierisce e usa l’ironia solo quando ha senso miscelarla con garbato umorismo.
Solo qualche volta, poche in realtà, si lascia andare al sarcasmo. Se lo concede quando decide di togliersi un qualche sassolino dalla scarpa. Ma cinico assolutamente non lo è mai.
Nei racconti dell’uno e dell’altro la presenza dei religiosi è molto forte, nell’Ingenuo, è quasi preponderante. Entrambi gli autori puntano il dito contro la gravità degli abusi di questi, contro le responsabilità che essi hanno nelle sofferenze umane, contro le loro colpe. Gravissime. Tema questo che per quel che riguarda Manzoni, approfondiremo in una futura puntata.
Inoltre nei racconti di Voltaire, il sesso e il sopruso sessuale, è una presenza costante. Nell’Ingenuo, un potente ecclesiastico pretende che la bella signorina di St.-Yves gli si conceda in cambio della liberazione del promesso sposo di lei, incarcerato. Cosa che lei sarà costretta a fare.
E Candido non è da meno.
Manzoni invece cela quasi del tutto l’aspetto sessuale. Forse più del dovuto? Può essere. Nel racconto di Manzoni, quasi si perde la consapevolezza che il rapimento di Lucia, ordito da Don Rodrigo, è finalizzato a possederla sessualmente comunque sia, con o senza il suo consenso, con le buone o con le cattive. Il signorotto la fa rapire e la vuole a costo di violentarla. E non perché Lucia, come donna, gli piaccia particolarmente, ma al solo scopo di vincere una banale scommessa.
Vi è una curiosità che vale la pena di notare. Al capitolo VII Manzoni scrive:
“Per far sbollire la rabbia e per contrapporre all’immagine del frate che gli assediava la mente, immagini del tutto diverse, don Rodrigo quel giorno entrò in una casa dove di solito ci andavano molti uomini e dove fu ricevuto con quella cordialità affaccendata e rispettosa, che è riservata a coloro che si fanno molto amare o molto temere.”
In pratica Rodrigo va in un bordello, o casa di tolleranza, chiamatela come preferite. Però se chiedete all’onnisciente Chat GTP in quale capitolo Manzoni fa riferimento a una casa di tolleranza o bordello, vi risponderà quanto segue:
“Ne I promessi sposi di Alessandro Manzoni non c’è una descrizione esplicita di un bordello o di una casa di tolleranza come luogo narrativo, ma c’è un riferimento velato, collegato alla figura della Monaca di Monza e alla sua relazione amorosa con Egidio, che può essere interpretato (per contenuto implicito e morale) come allusione a una «vita disordinata» e alla corruzione sessuale — pur non trattandosi di una casa di piacere vera e propria nel testo”.
Come vedete neppure l’onnisciente Intelligenza Artificiale ha capito che Rodrigo si reca in una bordello. Almeno così è a dicembre 2025. Avrei potuto fornire io l’informazione e aggiornare l’Onnisciente, ma ho invece trovato più divertente lasciare il Grande Sapientone, il Io-so-tutto, nella sua ignorante sapienza, lasciando ad altri il piacere di istruirlo.
E come ChatGTP ci informa, il torbido rapporto della monaca di Monza con quella canaglia di nome Egidio, che è chiaramente di carattere sessuale, è solo appena accennato, quasi sottinteso, mai davvero esplicitato.
Solo in occasione delle ripetute e maliziose interrogazioni che la monaca fa a Lucia a proposito di don Rodrigo, il suo stupirsi che la ragazza non provi un brivido di desiderio verso quel maschio tanto ardito, così come per il suo voler conoscere di più del suo rapporto con Renzo, l’autore si lascia andare a qualche accenno più esplicito, ma sempre molto misurato.
Ora proviamo a confrontare l’ironia di Voltaire e l’ironia di Manzoni così anche voi ve ne farete un’idea.
Vi propongo un brano tratto dall’Ingenuo di Voltaire – Capitolo I
La signorina di St-Yves era molto curiosa di sapere come si facesse l’amore nel paese degli Uroni. «Facendo belle azioni per piacere alle persone che vi somigliano,» rispose l’Ingenuo. Tutti i convitati applaudirono meravigliati. La signorina di St-Yves arrossì e fu molto contenta. La signorina di Kerkabon arrossì anche lei, ma non era altrettanto contenta; fu anzi un po’ irritata per il fatto che la galanteria non era rivolta a lei, ma era d’altra parte di animo così buono che il suo affetto per l’Urone non ne fu affatto alterato. Gli domandò anzi, con molta buonagrazia, quante amanti avesse avuto in Uronia. «Non ne ho avuto che una,» disse l’Ingenuo; «era la signorina Abacaba, l’amica della mia cara nutrice; i giunchi non sono più diritti, l’ermellino non è più bianco, le pecore sono meno morbide, le aquile sono meno fiere e i cervi meno agili di quanto lo fosse Abacaba. Un giorno inseguiva una lepre nei dintorni, a circa cinquanta leghe dalla nostra abitazione. Un Algonchino maleducato, che abitava cento leghe più lontano, venne a sottrarle la preda; lo seppi, corsi là, stesi l’Algonchino con un colpo di mazza e lo portai ai piedi della mia amante, legato mani e piedi. I genitori di Abacaba lo volevano mangiare, ma io non ho mai apprezzato questa sorta di festini; gli resi la libertà e ne feci un amico. Abacaba fu così toccata dalla mia condotta che mi preferì a tutti i suoi pretendenti. Mi amerebbe ancora se non fosse stata mangiata da un orso. Ho punito l’orso, ho portato a lungo la sua pelle, ma tutto ciò non mi ha consolato.» La signorina di St-Yves a questo racconto provava un piacere segreto nell’apprendere che l’Ingenuo non aveva avuto che una sola amante, e che Abacaba non era più; ma non era in grado di chiarire a se stessa la causa del suo piacere.
Confrontiamolo con Manzoni.
Siamo durante la rivolta del pane o rivolta di san Martino e la folla sta assediando la bottega di un fornaio.
Capitolo XIII (della mia riscrittura ovviamente).
Il capitano sale di corsa e si affaccia a una finestra. Uh, che formicaio!
“Figliuoli!” grida e molti si voltano in su. “Figliuoli, andate a casa. Perdono generale a chi torna subito a casa.”
“Pane! Pane! Aprite! Aprite!” erano le uniche parole che si distinguevano tra le grida forsennate che la folla mandava in risposta.
“Buon senso, figliuoli! Badate bene! Siete ancora in tempo. Via, andate e tornate alle vostre case. Pane ne avrete, ma non è questa la maniera. Ehi, ehi! Che fate là sotto! Quella porta. Santo cielo! Abbiate giudizio, badate bene, è un reato grosso. Ora arrivo io! Ehi, smettetela con quei ferri, giù le mani. Vergogna. Voi milanesi, che per la vostra bontà siete conosciuti in tutto il mondo. Ascoltate, ascoltate: siete sempre stati buoni fin… Ahi! Canaglia!”
Questo improvviso cambio di stile fu causato da una pietra che, uscita dalle mani di uno di quei buoni figliuoli, andò a sbattere contro la fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica.
“Canaglia! Canaglia!” continuava a gridare, chiudendo alla svelta la finestra e ritirandosi. Ma per quanto gridasse con tutta la voce che aveva in gola, le sue parole, buone o cattive che fossero, si infrangevano e si dissolvevano tutte a mezz’aria, scontrandosi con la tempesta di grida che veniva da sotto.
Ancora un brano di Voltaire tratto da Candido o L’ottimismo.
Candido è appena stato arruolato con l’inganno facendogli credere che lui è un eroe. Ma durante l’addestramento non ha preso che bastonate.
Capitolo II
Candido stupefatto non sapeva raccapezzare ancor bene, come egli fosse un eroe: s’avvisò in una bella giornata di primavera d’andarsene a passeggiare, marciando di fronte, piè innanzi piè, credendo essere un privilegio della specie umana, come della specie animale, il servirsi delle sue gambe a sua voglia. Non aveva fatto due leghe, che eccoti quattro eroi di sei piedi lo raggiungono, lo legano, e lo conducono in una prigione. Gli si
domanda giuridicamente se avea più gusto di passare trentasei volte per le bacchette da tutto il reggimento, o di ricever tutt’a un tratto dodici palle di piombo nel cervello.
Aveva un bel dire che le volontà son libere, ch’ei non voleva né l’uno né l’altro; bisognò risolversi a scegliere. In virtù di quel dono di Dio che chiamasi libertà, egli si determinò a passare trentasei volte per le bacchette, e se ne prese due spasseggiate. Il reggimento era composto di duemila uomini e questo gli compose sul fil delle rene quattromila frustate, che dalla nuca del collo per infino al bel di Roma gli scopersero li muscoli e i nervi.
S’era per procedere alla terza carriera, quando Candido non ne potendo più, domandò in grazia che volessero aver la bontà di moschettarlo. Egli ottenne questo favore; gli si bendano gli occhi, lo si fa mettere ginocchioni; il re de’ Bulgari passa in quel momento, s’informa del delitto del paziente; e come questo re aveva grand’ingegno, comprese subito da ciò che intese da Candido, esser egli un giovine metafisico, molto ignorante delle cose di questo mondo, e accordogli la grazia con un tratto di clemenza che sarà celebrato da tutti i giornali, e da tutti i secoli. Un bravo chirurgo guarì Candido cogli emollienti insegnati da Dioscoride in tre settimane.
Aveva egli rimessa un po’ di pelle, e poteva marciare, quando il re de’ Bulgari diè battaglia al re degli Abari.
CAPITOLO III.
Come Candido scappò da’ Bulgari e quel che gli avvenne.
Non si può dar cosa più bella, più addestrata, più all’ordine, dei due eserciti. Le trombe, i pifferi, gli oboe, i tamburi, i cannoni formavano un’armonia, che non se ne sente una simile a casa al diavolo. Le cannonate buttaron giù al primo saluto vicino a seimila uomini da ambe le parti, quindi la moschetteria portò via dall’ottimo dei mondi nove o diecimila birbanti che ne infettavano la superficie. La bajonetta fu anch’essa la ragion sufficiente della morte di qualche migliajo; in tutto poteva montare
a una trentina di mila uomini. Candido che tremava come un filosofo, si appiattò meglio che potè durante quest’eroico macello.
Finalmente, mentre ognuno nel suo campo facevano i due re cantare il Te Deum, prese il partito d’andarsene a raziocinare altrove degli effetti e delle cause. Passò di sopra a mucchi di morti e di moribondi, e arrivò a un
villaggio vicino. Era questo un villaggio degli Abari che i Bulgari, secondo le leggi del gius pubblico, avevan ridotto in cenere.
Qui mi fermo perché ciò che segue è orribile, anche se spaventosamente reale e passo al Manzoni con quello che è forse il brano più conosciuto come esempio dell’umorismo del Manzoni, Renzo che su suggerimento di Agnese, va a parlare all’avvocato Azzeccagrabugli, ma non può andare a mani vuote…:
Capitolo III (sempre della mia riscrittura)
“Prendi quei quattro poveri capponi a cui dovevo tirare il collo per il banchetto di domenica (dice Agnese) e portaglieli, perché non bisogna mai andare a mani vuote da quei signori. Spiegagli bene cos’è successo e vedrai che ti dirà, così su due piedi, cose che a noi non verrebbero in mente nemmeno a pensarci un anno.”
A Renzo quest’idea piacque e anche Lucia l’approvò. Agnese, molto orgogliosa della sua trovata, tirò fuori le povere bestie dalla gabbia ad una ad una, riunì le otto zampe come si fosse trattato di un mazzolino di fiori, le avvolse e le legò con dello spago. Poi le consegnò a Renzo che, date e ricevute parole di speranza, uscì dalla parte dell’orto per non essere visto dai ragazzini che gli avrebbero corso dietro gridando: “lo sposo, lo sposo!”
Così, attraversando i campi, o come dicono da quelle parti, i luoghi, se ne andò per dei viottoli, agitato, ripensando alla sua disgrazia e ruminando il discorso da fare al dottor Azzeccagarbugli.
Credo che possiate facilmente immaginare come stavano quelle povere bestie durante il viaggio: legate, tenute per le zampe a testa in giù, nella mano di un uomo che, agitato da tante passioni, accompagnava con i gesti lo sconquasso di pensieri che gli passavano per la testa. Ora stendeva il braccio per la rabbia, ora l’alzava per disperazione, ora lo agitava in alto come per minacciare e ogni gesto era seguito da violenti scossoni che facevano ballonzolare quelle quattro teste penzolanti. E queste trovarono il modo di cominciare a beccarsi l’una con l’altra, come troppo spesso accade tra poveri compagni di sventura.
Ecco qui messi a confronto l’ironia dell’uno e dell’altro. Non so se anche a voi qualcosa nello stomaco dice che l’ironia dell’uno e dell’altro non sono proprio uguali.
Certamente avrete notato anche come Manzoni inserisca nel testo piccole ma significative morali, che diventano spunti di riflessione. Lo fa qui con i capponi che uniti nella sventura non sanno far di meglio che beccarsi l’uno con l’altro, e lo fa anche in occasione della visita di Renzo alla sua povera vigna abbandonata da due anni:
Capitolo XXXIII
C’era anche una zucca selvatica vermiglia, la quale s’era avvinghiata ai nuovi tralci di una vite e questa, cercando invano un saldo sostegno, a sua volta aveva attaccato i suoi viticci alla zucca, e le due piante, mescolando i loro deboli steli e le loro foglie poco diverse, si tiravano giù a vicenda, come capita spesso ai deboli, quando si aggrappano l’uno all’altro.
Bello!
Torniamo al professor Bizzocchi, a Manzoni e a Voltaire. Va bene, l’ironia è ironia, ma credo che la differenza tra l’ironia dell’uno e dell’altro sia piuttosto sostanziale.
Però detto questo in qualche misura il professore ha ragione sul fatto che Manzoni si è ispirato a Voltaire, ad averlo preso come modello. Magari non tanto sul tipo di ironia, e non di certo sul tipo di umorismo, ma osservando bene, l’ha fatto per certe strutture narrative. In alcuni modi di raccontare i due sono davvero così simili che non si può non credere che Manzoni abbia letto davvero Voltaire, gli sai piaciuto in questo e l’abbia imitato.
Però a questo argomento riserviamo la prossima puntata.
Arrivederci!
Com’è nata l’idea di fare una riscrittura del famoso romanzo del Manzoni in italiano attuale e che cosa ho cambiato rispetto all’originale.
Un giorno rovistavo tra i libri di uno dei miei figli, Dario, che è un gran lettore. Gli stavo restituendo “L’idiota” di Dostoveski che mi aveva prestato e cercavo qualche nuova lettura. Quasi per caso, senza nessuna intenzione particolare, ho preso in mano un librone piuttosto malandato, consunto, praticamente squinternato: una versione scolastica de’ “I Promessi Sposi”. Dario in quel momento passa di lì, mi vede, appunto, con quel librone in mano e mi dice: “leggilo che è bello”.
Io sono rimasto molto sorpreso perché l’idea che avevo io dei Promessi Sposi non si attaccava al carattere di Dario. Almeno per l’idea che avevo io dei due: I Promessi Sposi di qua e Dario di là. Dei Promessi Sposi ne avevo un’idea basata più su pregiudizi da ignorante, nel senso che non ero mai andato oltre a poche letture fatte da ragazzo nelle medie e opinioni un po’ banali che avevo sentito in giro. Dario invece, beh… anche se i genitori spesso si illudono solo di conoscere i propri figli, comunque non riuscivo ad immaginare affinità tra il suo carattere sempre piuttosto ‘contro’ e quel libro.
Insomma, qualcosa tra quel “leggilo che è bello” e la personalità di quel figlio, non mi quadrava. Perciò ho deciso che dovevo leggerlo e capire.
L’ho fatto con molto impegno e prima ancora di arrivare alla fine del libro ho capito che cosa Dario intendesse.
In qualche modo Dario ci ha visto qualcosa in più di ciò che ci ha visto il liceale Alessandro Barbero (mi riferisco a quanto detto nella puntata precedente). Dario ha saputo vederne l’intelligente e arguta ironia e coglierne i contenuti ancora incredibilmente attuali e stimolanti.
Ma comunque è vero, e qui Alessandro Barbero ha pienamente ragione, che la lingua del Manzoni modernissima al suo tempo, oggi è invecchiata ed è perciò difficile da comprendere per molti di noi comuni mortali.
Infatti anche per me non è stata una lettura facile, men che meno scorrevole. Dovevo continuamente interrompere la lettura e ricorrere alle note esplicative a fondo pagina (come detto era un testo scolastico) per capire certe frasi o certe parole. A volte dovevo leggere più volte una frase per capirne il senso. Manzoni, spesso usa periodi molto lunghi nei quali capita di dover andare a caccia del soggetto o del complemento oggetto (il che mi ricordava le traduzioni dal latino… sì, sono vecchio abbastanza per aver dovuto studiare il latino già in seconda media). Un tipo di scrittura che però egli stesso poi cambia, in realtà. Negli ultimi 5 o 6 capitoli infatti riduce di molto la lunghezza dei periodi, delle frasi, semplificandone la comprensione.
Comunque al di là di tutto questo ho capito cosa significava quel “leggilo ch’è bello” e mi sono ritrovato d’accordo con Dario.
Poi mi sono chiesto: “chissà come sarebbe questo bel libro se fosse scritto nell’italiano che parliamo oggi”.
Per curiosità, per vedere cosa ne veniva fuori, e da buon perditempo, ho provato a riscriverne un passo, poi due, poi tre, poi un capitolo. Poi ci ho preso gusto e sono andato avanti fino alla fine. 39 capitoli, 225.887 parole, 1.342.638 battute. Ci ho lavorato circa un anno. E devo dire che mi sono divertito per davvero. E non è una riduzione né un adattamento, ma è una riscrittura integrale. Che rispetta ogni singola frase, ogni singolo pensiero di Manzoni.
A lavoro concluso ho pensato che avrei anche potuto pubblicarlo. Siccome era il periodo del Salone del libro di Torino, vi ho fatto un salto per capire qualcosa del mondo dell’editoria di cui ero totalmente digiuno. Sfogliando il programma ho visto che c’erano delle conferenze sul self-publishing. La cosa mi ha incuriosito, vi ho partecipato e mi è piaciuta. Così alla fine mi sono affidato a un service di self publishing.
So bene che, nonostante personaggi autorevoli dicano che il libro è difficile da leggere, se non addirittura illeggibile, come ebbe a scrivere Maurizio Crippa su Il Foglio online a maggio 2023, c’è chi ancora si rifiuta di ammetterlo e lo ritiene sufficientemente comprensibile da chiunque. So che alcuni di questi considerano un abominio proporlo in italiano attuale. Che aborrisce l’idea stessa di una riscrittura (o traduzione sincronica). Costoro pensano di proteggere il Manzoni e la sua opera, temono che una riscrittura possa avere la pretesa assurda di sostituirsi all’originale. Non si rendono conto che col loro atteggiamento di paladini, di strenui difensori della purezza letteraria danneggiano sia Manzoni che il suo libro. Perché il testo originale sarà sempre lì a disposizione di tutti, nessuno lo leva di mezzo, né sarà mai soppiantato, ma tutto ciò che può avvicinare qualche nuovo lettore al libro e alla ricchezza dei suoi contenuti, credo dovrebbe essere il benvenuto. Se dieci, venti, cento persone in più leggeranno ciò che Manzoni scrisse, e questo avviene grazie a una riscittura, beh… ben venga!
Rifiutarsi di prendere atto del problema, della difficoltà oggettiva che molti hanno a leggerlo, non è di aiuto né al libro né ai lettori. Per usare una massima in stile Manzoniano potremmo dire che: rifiutarsi di riconoscere una sofferenza, il negarla, non la fa scomparire, la peggiora e la complica.
D’altra parte, se esiste il termine ‘traduzione sincronica’, che è appunto un aggiornare un testo scritto in una lingua che col tempo si è modificata, che è cambiata, se esiste il termine, dico, significa che quella cosa esiste e che ha senso farla. Tra l’altro, questa definizione, l’ho appresa dal professor Julio Manzanelli, docente di italiano e di traduzione presso la facoltà di lingue dell’Università Nazionale di Cordoba in Argentina. Magari in Italia la si fa poco, ma, secondo il prof. Manzanelli, nei paesi anglosassoni è cosa più comune. Insomma è cosa che ha un suo senso.
Cos’ho cambiato rispetto al testo originale.
Prima di tutto l’ho riscritto usando le parole che usiamo comunemente, quelle che tutti noi possiamo comprendere senza basi culturali elevate. Un italiano che non definisco ‘moderno’. Perché il termine ‘moderno’ implicherebbe una ricerca linguistica simile a quella che fece il Manzoni a suo tempo, cosa ben lontana dalle mie capacità e competenze. Ambizione che non ho mai avuto tra l’altro. Io lo definisco semplicemente un italiano ‘attuale’, un italiano ‘comune’. Infatti ho volutamente prestato un’attenzione particolare a far sì che le mie parole fossero semplici e alla portata di tutti.
A questo proposito ricordo che lo stesso Manzoni, che prima di intraprendere la sua riscrittura andò a ‘sciacquare i panni in Arno’, cioè andò a passare un po’ di tempo a Firenze per affinare il suo italiano che egli riteneva essere troppo intriso di dialettismi lombardi (dico riscrittura perché com’è risaputo la versione definitiva del 1840 è la riscrittura dello stesso libro pubblicato tredici anni prima) Manzoni, dicevo, riscrivendo, se aveva dei dubbi preferiva consultarsi con la sua bambinaia fiorentina invece che con gli amici letterati di Firenze che pure aveva. Evidentemente lui stesso non intendeva fare un libro per dotti. Genere di personaggi che tutto sommato non sembra amare troppo.
Poi, sempre nell’ottica di rendere la lettura scorrevole e comprensibile, ho adattato o modificato alcune metafore non molto comprensibili per noi oggi.
Per esempio, nel capitolo 37 Manzoni spiega che molti decreti rimanevano inapplicati perché se ne emettevano troppi, saturando la possibilità di recepirli e se non sortivano subito un effetto poi finivano nel dimenticatoio. Per rafforzare il concetto usa questa metafora:
“Quel che va nelle maniche non può andar ne’ gheroni.”
Si tratta di un proverbio difficile da spiegare, ma che ha a che vedere con la pioggia che cade e dove questa va a finire, perciò io l’ho adattato così:
“La troppa pioggia non penetra nella terra, ma scorre via.”
Poi ho inserito nel testo, come incluse nella narrazione, la spiegazione di alcune parole che lo scrittore sembra dare per scontato, o finge di dare per scontato, che tutti conoscano, ma che invece tre o quattro ignorantelli come me non conoscono. Ad esempio nel capitolo V Manzoni scrive:
“Mi dica un poco, di grazia, se i feciali che gli antichi Romani mandavano a intimar le sfide agli altri popoli, ecc”.
Io, che i feciali non sapevo chi fossero, mi sono documentato, dopo di che ho scritto:
“Mi dica un po’, di grazia, forse che i feciali, quei sacri messaggeri che i Romani mandavano per lanciare sfide agli altri popoli, ecc.”
Altro caso. Manzoni nel capitolo XXIX scrive:
“Insomma è diventato quel castello una Tebaide, lei le sa queste cose.”
Molti di certo sapranno cos’è una tebaide, ma non tutti, io ero tra questi. Chiarito il significato ho scritto così:
“Insomma, quel castello è diventato una Tebaide, un eremo di santi. Queste cose lei le sa.”
Stessa cosa vale per nomi di alcuni personaggi. Sono sicuro che quasi tutti voi sapete vita, morte e miracoli, di Carneade e di Nathan, tanto per citarne un paio, ma per quei tre o quattro che come me non sapevano chi fossero, butto là la spiegazione. Manzoni nel capitolo VIII scrive:
“Ma, dopo Archimede, l’oratore chiamava a paragone anche Carneade: e lì il lettore era rimasto arrenato.” (il lettore in questo caso è don Abbondio).
Io invece spiego:
“Ma dopo Archimede, l’oratore chiamava in causa quel grande filosofo greco che aveva quel nome, Carneade, e lì il povero parroco finì nelle secche della sua scarna conoscenza e si arenò.”
E ancora, Manzoni al capitolo VII:
“Non poteva darsi pace, che un frate avesse osato venirgli addosso, con la prosopopea di Nathan.”
Io:
“Non riusciva a darsi pace che un frate avesse osato dargli addosso con l’arroganza di Nathan, che, come raccontato nella Bibbia, osò rimproverare re Davide.”
Poi ancora. Nella versione ultima pubblicata a inizio 2026, ho anche eliminato il così detto ‘plurale majestatis’ che il buon Manzoni usa un po’ sì e un po’ no.
A volte scrive: “io non vi racconterò… ” parlando di se stesso come scrittore appunto, altre volte, invece sempre riferendosi a se stesso, scrive: “noi abbiamo cercato e trovato… ecc.’“
Io ho uniformato tutto sotto la prima persona: “io non vi racconterò…, io ho cercato e trovato…” ecc.
Credo che il plurale majestatis crei una distanza tra chi scrive e chi legge e che renda lo scrittore una figura astratta.
Quando invece lo scrittore fa riferimento a se stesso in prima persona dicendo tipo: “io ho fatto questo” “Io mi sono interessato e ho trovato” ecc, è come se si materializzasse, diventasse un essere umano in carne ed ossa che si colloca lì proprio di fronte o a fianco del lettore.
In ultimo il ‘voi’. Questa è stata la primissima decisione importante, e anche un po’ sofferta, che ho dovuto prendere fin dai primi passi, dalle prime righe della mia riscrittura. Una decisione che mi intimoriva, ma dopo che l’ho presa non me ne sono più pentito, anzi: ho eliminato il ‘voi’ dai dialoghi, riportando tutto al ‘lei’ e al ‘tu’.
Nell’originale del Manzoni, Renzo e Lucia si parlano dandosi del ‘voi’. Lucia usa il ‘voi‘ con sua madre mentre questa le risponde dandole del ‘tu’. Renzo con don Abbondio usa il ‘lei’ ma il prete risponde dandogli del ‘voi’. L’Innominato usa il ‘voi’ con Lucia la quale lo ricambia con il ‘lei’.
Il padre di Gertrude, futura monaca di Monza, le si rivolge usando il ‘voi’, ma non ci sono dialoghi che ci facciano sapere come lei si rivolga al padre.
Nel duello dialettico che si svolge al capitolo IXX, che contrappone due autorità, una politica e l’altra religiosa e con cui si contratta per spedire fra Cristoforo lontano da Lecco, i due personaggi, il conte zio di don Rodrigo di qua e il padre provinciale dei cappuccini di là, ostentando gran rispetto reciproco, si danno del ‘lei’.
Al capitolo IV nel dialogo tra un signore, un nobile, e fra Cristoforo, addirittura nella stessa battuta si passa dal ‘voi’ al ‘lei’.
“alzatevi, – disse, con voce alterata (il nobile): – l’offesa… il fatto veramente… ma l’abito che portate… non solo questo, ma anche per voi…”
ma ecco che improvvisamente passa al ‘lei’:
“S’alzi, padre… Mio fratello… non lo posso negare… era un cavaliere… era un uomo… un po’ impetuoso… un po’ vivo. Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più… Ma, padre, lei non deve stare in codesta positura –”.
E ancora, quando nel capitolo VI fra Cristoforo affronta don Rodrigo, i due iniziano dandosi del ‘lei’, ma quando fra Cristoforo perde le staffe, ecco che passa al ‘voi’ mente don Rodrogo risponde dandogli del ‘tu’.
Che confusione!…
Sono certo che tutto questo non è casuale, obbedisce a una logica, a delle regole. Regole che immagino siamo in molti a non conoscere più, anche se in alcune nicchie culturali ancora oggi, in certi casi, si fa uso del ‘voi’, ma a ben vedere, seguendo regole diverse da quelle di Manzoni.
Comunque, mentre i cultori appassionati potranno approfondire questo tema sul testo originale, avendo io l’obiettivo di avvicinare la lettura al lettore, ho preferito riportare tutto alle regole attuali usando semplicemente il ‘lei’ e il ‘tu‘. Sebbene anche queste regole stiano già subendo cambiamenti… Non è inconsueto infatti che oggi, uno come me che magari giovane lo è ancora nello spirito, ma non sulla carte d’identità, si senta dare del ‘tu’ da una commessa appena ventenne… Non che la cosa mi dispiaccia, diciamo che regala qualche sciocca illusione…
Infine vi è una cosa che ho modificato, ma della quale ancora mi sto chiedendo se aveva senso farlo. Si tratta di una svista di Manzoni. Una di quelle sviste che non sono così infrequenti agli scrittori di un tempo, che dovevano barcamenarsi con pile di fogli svolazzanti, cosa ben più difficile da gestire che uno schermo di computer, con il supporto di un editor e dell’AI. Siccome questa svista non va ad inficiare nulla della narrazione, l’averla corretta è probabilmente un eccesso di zelo da parte mia, se non addirittura un eccesso di presunzione. Il lapsus di cui parlo è nella tipologia di figli del sarto. La prima volta che lo incontriamo, al capitolo XXIV, ha tre figli di cui due sono bimbe e il terzo è un maschietto, ma quando lo ritroviamo nuovamente al capitolo XXIX, nel testo originale Manzoni gli attribuisce due maschietti e una femminuccia. Non so se è stata una buona idea ma io ho corretto mantenendo due bimbe e un maschio.
Questo genere di errori rendono i grandi scrittori ‘umani’, quando per tutto il resto appaiono come dei semidei che dal loro olimpo ci guardano da sopra in giù. Un lapsus simile c’è anche nel “Don Chisciotte” di Cervantes pubblicato nel 1605. A un certo punto a Sancho Panza rubano il suo inseparabile asino, ma nel capitolo successivo lui gli è di nuovo in groppa come se nulla fosse accaduto. Qualche lettore lo fece notare e l’autore ci mise una pezza nella stesura del secondo libro. Vi sono poi altre piccole incongruenze narrative probabilmente conseguenti a degli spostamenti di eventi, decisi dopo averlo scritto, ma è roba da nulla. Se pensate che il poveretto scrisse il suo capolavoro mentre stava in pigione… Davvero non ho idea di come abbia potuto gestire quella mole di lavoro e tutti quei fogli di carta che se ne vanno di qua e di là e le penne d’oca e l’inchiostro. Straordinario!
Anche Melville, sapete. Lui, che con la sua pirotecnica scrittura è molto pignolo nel dare senso e logica ad ogni singola azione ad ogni singolo evento, in Moby Dick scrive che una falco di mare porta via il cappello di capitan Achab. Però poi il cappello ricompare su quella testa senza che l’autore ci spieghi se per caso il capitano avesse un armadio, o una cassa, o una fagotto pieno di cappelli di ricambio…
Va bene, fermiamoci qui perché l’ho già fatta troppo lunga e qualcuno starà dicendo: ‘alla buon ora!’
Nella prossima puntata parleremo dell’umorismo e dell’ironia del Manzoni, tema che occuperà credo due puntate. Ascolteremo un’importante affermazione del professor Roberto Bizzocchi, che ci darà lo spunto per nuove inconsuete riflessioni.
Alla prossima!
Che senso ha riscrivere in italiano attuale “I Promessi Sposi”?
Come detto, ho riscritto il grande romanzo di Alessandro Manzoni in italiano corrente, nell’italiano che tutti parliamo o quanto meno siamo in grado di comprendere oggi. Operazione detta anche traduzione sincronica.
Ma a cosa mai potrà servire una traduzione sincronica di un simile libro? Che senso può avere mettere mano in questo modo su un testo di un così alto valore culturale e che riveste così tanta importanza?
Nelle presentazioni che faccio, in biblioteche, in circoli e associazioni culturali, ecc. generalmente inizio presentando due documenti, uno scritto e uno video. Quello scritto è un articolo comparso sul ‘Foglio’ online, il 23 maggio 2023, firmato da Maurizio Crippa, nel quale si legge: “del resto quanti italiani, persino letterati considerano il romanzo ormai illeggibile”.
Il video invece è un commento del professor Alessandro Barbero, personaggio che gode della mia più profonda stima e ammirazione, e penso anche della vostra.
Si tratta di un commento che egli fece nel 2023 in occasione della presentazione a Casa Laterza, del libro del professor Roberto Bizzocchi: ‘Romanzo Popolare – come I Promessi Sposi hanno fatto l’Italia’. Poche parole quelle di Alessandro Barbero ma dalle quali ricaviamo tre riflessioni e una piccola malizia… Ecco Barbero:
“I Promessi Sposi hanno una ruolo così colossale nella storia della letteratura italiana e anche nella storia della nazione italiana (…) però è anche credo drammatico perché Manzoni ha alcune caratteristiche che lo rendono poco piacevole, se non del tutto antipatico. Quella che all’epoca era l’assoluta modernità della sua lingua, ovviamente oggi non si percepisce più e, anzi, si percepisce, come dire, qualcosa che agli occhi di una ragazzo… stavo per dire di nuovo di un ragazzo di oggi… mi correggo, di un ragazzo di quarantacinque anni fa appariva assolutamente vecchio, pomposo, retorico, mortalmente retorico! Cosa che non è in verità probabilmente, eh?”
Eccoci qua: ‘Vecchio, pomposo, retorico, mortalmente retorico… poco piacevole se non del tutto antipatico…’ dice Barbero e chissà quanti, soprattutto tra i giovani, sono d’accordo col professore.
Però, prima di entrare nel merito, prima di commentare le parole del professore, vi propongo un paio di brani tratti dai Promessi Sposi, in questo caso dalla mia riscrittura: “I Promessi Sposi – in italiano attuale”.
Il primo l’ho scelto perché è la primissima narrazione che Manzoni fa. Si trova in mezzo alla famosa descrizione dello scenario in cui la storia prenderà avvio.
Dal capitolo I
“Lecco, la principale località della zona che dà anche il nome al territorio, giace poco lontano dal ponte e dalla riva, anzi in parte viene a trovarsi proprio sopra il lago, quando questo ingrossa, e oggi è un gran borgo che tende a diventare una città.
Ai tempi in cui accaddero i fatti che sto per raccontare, quel borgo era già piuttosto importante ed era anche una sorta di castello. Aveva perciò “l’onore” di alloggiare un comandante e il “piacere” di ospitare una stabile guarnigione di soldati spagnoli, per i quali le fanciulle e le donne del paese avevano ben imparato a non mettersi troppo in mostra. Di tanto in tanto, quei soldati, “accarezzavano” la schiena a qualche marito o a qualche padre e, quando finiva l’estate, non mancavano di andare per le vigne a “diradare” le uve e ad “alleggerire” i contadini dalle fatiche della vendemmia…”
Il secondo brano è l’entrata di Renzo sulla scena.
Dal capitolo II
“Comparve davanti a don Abbondio tutto agghindato, con penne variopinte sul cappello, il suo pugnale dal bel manico nel taschino dei calzoni e quell’aria di festa e al tempo stesso di spavalderia, che a quel tempo era normale anche nelle persone più tranquille.
L’accoglienza incerta e misteriosa di don Abbondio, si contrappose ai modi gioviali e decisi del giovane: – Che abbia qualche pensiero per la testa? – pensò tra sé e sé Renzo. Poi disse:
“Signor curato, sono venuto per sapere a che ora le fa comodo che ci troviamo in chiesa.”
“Di che giorno parliamo?”
“Come di che giorno! Non si ricorda? È oggi.”
“Oggi?” replicò don Abbondio, come se lo sentisse per la prima volta. “Oggi, oggi… mi dispiace ma oggi non posso.”
“Oggi non può?! Ma cosa succede?”
“Prima di tutto non sto bene, vedi?”
“Mi dispiace. Ma quello che deve fare richiede poco tempo e così poca fatica…”
“E poi, e poi, e poi…”
“E poi che cosa?”
“E poi ci sono dei problemi”
“Dei problemi? Quali problemi possono esserci?”
“Bisognerebbe essere al mio posto per capire quanti problemi possono saltar fuori in queste faccende, di quante cose devo rendere conto. Io sono troppo gentile, penso solo a togliere di mezzo gli ostacoli, a rendere tutto facile, a far le cose secondo il piacere altrui e trascuro il mio dovere. Poi mi toccano i rimproveri, se non di peggio.”
“Santo cielo, non mi tenga così sulle spine e mi dica chiaro e tondo cosa c’è.”
“Lo sai tu quante e quali formalità servono per fare un matrimonio in piena regola?”
“Insomma mi dica che cosa,” rispose Renzo che cominciava a innervosirsi “perché lei me ne ha già fatto una testa così nei giorni scorsi. Non avevamo già fatto tutto quanto? Non abbiamo già fatto tutto quello che dovevamo fare?”
“Tutto, tutto lo sembra a te. Abbi pazienza ma la bestia sono io che trascuro il mio dovere per non far penare le persone. Ma adesso… basta, so quello che dico. Noi curati siamo tra l’incudine e il martello. Tu sei impaziente, ti capisco e compatisco, povero giovane. Ma i superiori… basta, non posso dire di più. Noi siamo quelli che ci vanno di mezzo.”
Permettetemi di leggere ancora un brano. Siamo durante il tentativo dei bravi di don Rodrigo di rapire Lucia, ma trovano la casa vuota:
Capitolo VIII
(Il Griso) Bussa e aspetta. Eh, aveva voglia di aspettare… Scardina piano, pianissimo, anche quella serratura: da dentro nessuno che dica, chi va là! Nessuno che si faccia sentire. Non poteva andare meglio. Avanti dunque: psst, chiama quelli del fico ed entra con loro nella stanza al piano terra, dove quella mattina aveva perfidamente mendicato un tozzo di pane. Cava di tasca il necessario e accende la sua lanterna. Entra nella stanza più interna per assicurarsi che nessuno sia lì: non c’è nessuno. Torna indietro, va alla porta della scala. Guarda e ascolta: solitudine e silenzio. Molla due sentinelle al pian terreno e si fa seguire da Grignapoco, un bravo di Bergamo, il cui compito doveva essere solo quello di minacciare, calmare, comandare, essere insomma colui che parlava, in modo che, per via dell’accento bergamasco, si inducesse Agnese a credere che la spedizione arrivava da laggiù. Con lui a fianco e gli altri dietro, il Griso sale, adagio adagio, staccando in cuor suo, una bestemmia per ogni scalino che scricchiola, per ogni passo di quei mascalzoni che fa rumore. Finalmente é in cima. Lì c’è la tana della lepre. Spinge mollemente la porta che immette nella prima stanza: l’uscio cede, si apre uno spiraglio. Griso ci mette l’occhio ma è tutto buio. Ci accosta l’orecchio per sentire se là dentro qualcuno russa, respira, si muove: niente. Non resta che avanzare. Si mette la lanterna davanti al viso, per vedere senza essere visto e spalanca la porta: vede un letto. Si avvicina. Il letto è in ordine e ben spianato, con la rimboccatura ben sistemata e rigirata sul cuscino. Si stringe nelle spalle, si volta verso i compagni, fa loro cenno che vuole andare a vedere nell’altra stanza e che lo seguano pian piano. Entra, fa le stesse cerimonie, trova la stessa cosa.
“Che diavoleria è questa storia? Che qualche cane traditore abbia fatto la spia?!”
Torniamo ora alle parole di Alessandro Barbero: Vecchio, pomposo, retorico, mortalmente retorico! Poco piacevole se non del tutto antipatico… “
Davvero le pagine che vi ho letto sanno di “vecchio, pomposo, retorico, mortalmente retorico…”? Possiamo certamente accettare l’aggettivo “vecchio” perché effettivamente la lingua usata dal Manzoni nel testo originale lo è, ma per il resto, insomma, direi di no.
Io non ne ho cambiato i contenuti, ho solo riscritto con le parole di oggi ciò che il Manzoni scrisse con le parole di allora.
Se ci capitasse di incontrare in strada un tipo vestito con abiti ottocenteschi, un po’ a tutti noi sembrerà uno starno, se poi parla anche come veste, magari ce ne stiamo anche alla larga. Ma se la stessa identica persona si presenta i jeans e maglietta, o una bella giacchetta sportiva e oltre a ciò quando parla è anche brillante e simpatico, non faremmo fatica a farci amicizia.
Così è anche il testo del Manzoni: ‘vestito’ con le parole del nostro tempo diventa incredibilmente attuale, piacevole, fresco e con quel suo umorismo leggero e intelligente diventa molto gradevole da leggere o da ascoltare.
Dalle parole di Alessandro Barbero capiamo poi alcune cose interessanti.
La prima è che il giovane liceale Barbero ha bisticciato con I Promessi Sposi, come tanti altri giovani studenti, prima e dopo di lui.
Come seconda cosa se ne deduce che lui quel testo non l’ha capito… che non è riuscito ad andare oltre una lingua, un modo di parlare, che non era quello che usava lui con i suoi amici. Di conseguenza glien’è rimasta una brutta impressione e quell’idea, appunto, di un testo “vecchio, pomposo, retorico, mortalmente retorico… se non del tutto antipatico” se la porta dietro ancora oggi, che giovanotto non è più.
Come terza cosa ci pare di capire che lui quel testo non l’ha più ripreso in mano in età più matura, quando avrebbe potuto comprendere molto meglio ciò che leggeva.
Lo si deduce da quel: “cosa che non è in verità, probabilmente, eh!” che mette in coda, un po’ come un ripensamento… o una pezza. Barbero sembra rendersi conto di essersi lasciato andare ad un commento non del tutto consono al suo ruolo di professore. Sembra aver capito che quelle sue parole sono l’opposto di ciò che altri professori come lui insegnano, non senza grande fatica.
Quel “probabilmente, eh!” sembra voler dire: “io non lo so, l’impressione che me n’è rimasta dai tempi del liceo è questa, però visto che altri professori, come lo sono io, dicono il contrario, ‘probabilmente’ hanno ragione loro, eh!”.
D’altra parte se Alessandro Barbero avesse letto I Promessi Sposi in età più matura non si sarebbe limitato a quel “cosa che non è in verità, probabilmente”, ma avrebbe detto una frase del tipo: “dopo però, rileggendolo in età più matura, me ne sono fatto un’idea diversa, eh!”.
In ultimo la piccola malizia: come vi ho detto, Barbero e Bizzocchi stanno presentando il libro di quest’ultimo: ‘Romanzo popolare. Come I Promessi Sposi hanno fatto l’Italia’. Barbero perciò dovrebbe essere lì in qualità di esperto, ma le sue parole sembrano suggerire che, per quanto riguarda I Promessi Sposi, tanto esperto non sia. Mah…
Già che ci siamo maliziamo ancora un po’…
Il professor Bizzocchi in quell’occasione, ci informa che il titolo, il sottotitolo e la copertina di un libro, sono decisi dall’editore non dallo scrittore. Quindi ci fa sapere qual è stata la sua reazione al sottotitolo deciso dall’editore per il suo libro:
“Quando ha detto ‘guarda mettiamo come sottotitolo: Come i promessi sposi hanno fatto l’Italia’ io gli ho detto ‘ti commento con una parola: magari’. Magari l’avessero fatta i Promessi Sposi e non altre cose.”
Senza volerlo Bizzocchi ci fa capire che per gli editori è più importante che un sottotitolo catturi l’attenzione del lettore, piuttosto che sia davvero attinente al reale contenuto del libro. Più un esca che un suggerimento. Ma ora basta con le malizie.
Tornado al professor Barbero e a quella che pare essere la sua lacunosa conoscenza di quel caposaldo della cultura italiana che è I Promessi Sposi, non crediate che si tratti di un caso isolato.
Da quando ho pubblicato ‘I Promessi Sposi – in italiano attuale’ ho scoperto che non sono poche le persone di cultura quanto meno medio-alta, che non l’hanno mai capito e quindi mai apprezzato.
Quando ho detto a un mio amico editore: “Sai ho pubblicato una riscrittura in italiano attuale dei Promessi Sposi” lui mi ha risposto: “Ah, quella gran palla…”. Sic!
E ancora quando ho incontrato, per altri motivi, un regista che realizza servizi TV per un programma che va in onda su uno dei principali canali televisivi nazionali, un programma molto seguito dal pubblico, costui mi ha confessato di non essere mai riuscito a leggere ‘I Promessi Sposi’. Naturalmente ha poi voluto la mia traduzione sincronica per colmare questo suo gap culturale. Chi lo sa se l’ha poi letto davvero… ma questa è un’altra storia.
Però a quegli studenti che non capiscono questo romanzo, possiamo dire di stare tranquilli perché sono in buona compagnia. D’altra parte Bizzocchi e Barbero s’interrogano anche su quale sarebbe l’età più giusta per leggerlo e Bizzocchi dice che “forse quindici anni non è proprio l’età migliore per apprezzare Manzoni, anche se non saprei poi dire, suggerire quando farlo leggere”.
È interessante poi rilevare come tra le persone con cui ho parlato, ci sono sia quelli che riconoscono il merito dei loro insegnati che hanno saputo farglielo apprezzare, facendo loro capire e vedere gli aspetti di ciò che il libro narra. Mentre altri invece raccontano di averlo odiato perché si pretendeva che memorizzassero sterili dettagli quali: com’erano i baffi dei bravi o quali libri ha letto il sarto. E su questo venivano interrogati.
Il mio parere in ogni caso è che quel racconto lo si apprezza davvero quando sulle proprie spalle si comincia ad avere una certo bagaglio di vita vissuta.
Tornando alla mia riscrittura, qualcuno si chiederà quali titoli posseggo per una simile impresa: io posseggo il titolo migliore in assoluto: parlo italiano. E, seppure è un italiano un po’ viziato dalle mie origini piemontesi, quando parlo tutti gli italiani mi capiscono.
Pertanto chiunque si trovi in difficoltà a leggere il testo originale, qualunque ne sia il motivo, la mia riscrittura la comprenderà di certo. E non solo gli italiani, anche gli stranieri venuti a vivere in Italia. Come Manjola ad esempio, che arrivata dall’Albania dove si è laureata in letteratura, ora parla un buon italiano. Manjola, che la letteratura la ama davvero, ha provato a leggere i Promessi Sposi in originale ma non ci è riuscita. Però il mio libro, sì, l’ha letto.
Che dire poi dei nostri giovani che, al di là del molto blaterare e di qualche frase ad affetto da parte di chi ci governa, di fatto sono spinti ad andare a vivere all’estero, in quei paesi dove merito e intelligenza non sono solo parole dette e tradite allo stesso tempo. Costoro probabilmente hanno o avranno dei figli, per i quali l’italiano sarà come una seconda lingua appresa magari da uno solo dei genitori. Difficilmente questi riusciranno a leggere I Promessi Sposi in originale. Il mio libro è per tutti questi, ma non solo: è per tutti coloro amano leggere per il piacere che lo scorrere delle parole e dei pensieri risveglia nella mente.
Perché I Promessi Sposi non è solo il racconto delle disavventure dei due sposi promessi, ma è un gran calderone pieno di riflessioni che la maestria dell’autore sa trattare al tempo stesso, con freschezza e profondità. Tanti temi ancora incredibilmente, a volte purtroppo dobbiamo dire, tristemente attuali.
Non sono molti i libri che, al di là della parole ben scritte e ben composte, che al di là di un ingranaggio narrativo funzionante, sanno anche portare il lettore ad esplorare, a riflettere sull’animo umano, su se stesso, sul prossimo, sulla società in cui vive. Il romanzo del Manzoni è uno di questi.
Pertanto anche il mio libro ‘I Promessi Sposi – in italiano attuale’, che ha lo scopo di aiutare a superare la difficoltà rappresentata dalla lingua con cui fu scritto e che oggi è per molti non più così facile da comprendere, che intende rendere il racconto e i pensieri del Manzoni comprensibili e godibili da chiunque, forse non è poi così inutile e insensato. Forse una sua utilità ce l’ha.
Fine di questa puntata. Nel prossimo appuntamento spiegherò come è nata l’idea della riscrittura, o traduzione sincronica, e di cosa ho cambiato rispetto all’originale.
Se questi argomenti non vi interessano, io non mi offendo, passate pure alla puntata successiva, dove parleremo della famosa ironia del Manzoni, avvalendoci di un importante contributo del professor Roberto Bizzocchi.
La gabbia culturale.
Questa è la prima di una serie di puntate, saranno forse 12 o 15 ancora non lo so, in cui andremo ad esplorare alcuni aspetti che nessuno dice, nessuno commenta, né alcuno ha mai commentato, dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Mi chiamo Silvio Pautasso e un po’ di tempo fa ho riscritto il romanzo del Manzoni, in italiano attuale, nell’italiano corrente che per lo più usiamo oggi.
Quindi l’ho pubblicato sia in formato cartaceo che come ebook e infine anche come audiolibro.
Tutto questo mi ha obbligato a leggere e rileggere più volte il testo e l’idea che me ne sono fatto è che I Promessi Sposi sia una romanzo finito rinchiuso dentro una gabbia culturale, o se preferite, un tabernacolo culturale, che ne limita e condiziona la lettura.
Credo che a molti sembrerà esagerato se non assurdo quello che dico, dal momento che parliamo di un libro che da circa 200 anni viene letto e studiato da così tante persone, di cui molte hanno grande autorità, e di esso si è detto e scritto di tutto e di più. Eppure è così.
Avremo modo di approfondire la cosa nelle puntate che seguiranno, ma fin da subito ne abbiamo già una prova ben chiara.
Se io chiedo con quali parole Manzoni dà avvio al suo libro, a tutti, o quasi tutti (intendo coloro che l’hanno letto o studiato a scuola ovviamente), verrà in mente il famosissimo verso: ‘Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti. ecc.’
Ebbene, non è vero.
Quello è l’inizio del primo capitolo, certo, ma il libro non inizia da lì.
Al capitolo I, Manzoni antepone un altro capitolo.
Ora vi leggerò le parole esatte con cui il Manzoni dà avvio al suo libro, ma devo fare una premessa: nella mia riscrittura dei Promessi Sposi in italiano attuale, o se preferite il termine tecnico, nella mia traduzione sincronica, che rende il racconto manzoniano di facile comprensione, di facile godimento per tutti, senza bisogno di note o professori che lo spieghino, quelle primissime parole le ho lasciate esattamente come furono scritte dal Manzoni. Non stupitevi perciò se vi suoneranno strane e, se non siete preparati, magari vi saranno quasi incomprensibili. Si tratta di una sfilza di metafore, di figure retoriche, in linguaggio seicentesco, non così facili da comprendere. Vi chiedo però di avere pazienza, di ascoltarle comunque e dopo vi spiegherò perché non le ho cambiate.
Ecco qui come Manzoni dà avvio il suo racconto:
“L’Historia si può veramente deffinire una guerra illustre contro il Tempo, perché togliendoli di mano gl’anni suoi prigionieri, anzi già fatti cadaueri, li richiama in vita, li passa in rassegna, e li schiera di nuovo in battaglia. Ma gl’illustri Campioni che in tal Arringo fanno messe di Palme e d’Allori, rapiscono solo che le sole spoglie più sfarzose e brillanti, imbalsamando co’ loro inchiostri le Imprese de Prencipi e Potentati, e qualificati Personaggj, e trapontando coll’ago finissimo dell’ingegno i fili d’oro e di seta, che formano un perpetuo ricamo di Attioni gloriose. Però alla mia debolezza non è lecito solleuarsi a tal’argomenti, e sublimità pericolose, con aggirarsi tra Labirinti de’ Politici maneggj, et il rimbombo de’ bellici Oricalchi: solo che hauendo hauuto notitia di fatti memorabili, se ben capitorno a gente meccaniche, e di piccol affare, mi accingo di lasciarne memoria a Posteri, con far di tutto schietta e genuinamente il Racconto, ouuero sia Relatione. Nella quale si vedrà in angusto Teatro luttuose Traggedie d’horrori, e Scene di malvaggità grandiosa, con intermezi d’Imprese virtuose e buontà angeliche, opposte alle operationi diaboliche.
Ecco qui. Ne ho letto solo un pezzetto per non approfittare della vostra pazienza. Ma questo paragrafo, scritto in questo modo, questa infilata di metafore in stile seicentesco in realtà sarebbe ben più lungo.
Sta di fatto che al capitolo I, Manzoni ha anteposto il capitolo intitolato “INTRODUZIONE” e che forse molti neppure leggono perché pensano a quelle introduzioni, per lo più noiose in verità, con cui gli autori di solito si raccontano e narrano gli avvenimenti, le circostanze o le motivazioni che li hanno indotti a scrivere la loro opera, cosa di cui a molti lettori non frega una cippa.
Le parole che avete sentito fanno parte di quell’introduzione. Un’introduzione però che di fatto è uno scherzo, è una burla!
E che quelle parole non siano così facili da comprendere fa parte della burla stessa, fa parte del gioco. Ecco perché io le ho lasciate esattamente come lui le volle scrivere.
In quel capitolo, Manzoni scherzosamente spiega poi che sono parole che lui avrebbe tratto, paro paro, da una vecchia pergamena ritrovata chissà dove, la quale narrava una bella storia che avrebbe voluto trascrivere per darla alle stampe. Ma, trascrivendo, ben presto si rende conto che quello è uno stile vecchio, antiquato, che egli stesso non esita a definire: insopportabile. Pertanto dice, sempre scherzosamente, che non potendo darla alle stampe scritta in quel modo, intende riscriverla, vuole farne una riscrittura, o traduzione sincronica, dico io, usando uno stile e parole più consoni al suo tempo, più comprensibili ai lettori del suo tempo. Poi riserva anche un po’ di frecciatine ai quei critici che potevano aver da ridire sulle sue scelte stilistiche e linguistiche. Ma, anche questo è uno scherzo, un gioco, giacché nessuno può criticare una riscrittura che è solo immaginaria. Oddio riscrittura immaginaria si fa per dire perché, come sappiamo, il testo pubblicato nel 1840 è di fatto una riscrittura di quello pubblicato nel 1827, che a sua volta è una riscrittura di un testo precedente intitolato ‘Fermo e Lucia’ ma pubblicato postumo (…e poi qualcuno chiede a me come mi sia venuta in mente l’idea di riscrivere I Promessi Sposi).
Comunque per tornare a noi, la verità è che Manzoni non inizia il suo libro con la famosa frase poetica che tanto piace ai dotti, ma lo fa iniziare con uno scherzo, con una burla! A qualcuno è mai stato detto questo quando a scuola studiava “I PROMESSI SPOSI”? Oppure in una qualsiasi altra occasione?
Eppure è cosa che sta lì, sotto gli occhi di tutti, basta aprire il libro per scoprire che la verità è questa, e non quell’altra. Ma a quanto pare, alla Cultura con la ‘C’ maiuscola e la cravatta intonata alla camicia (lo so il copyright è di De Gregori…), comunque alla Cultura con la ‘C’ maiuscola e la cravatta intonata alla camicia, piace di più ciò che vero non è. Si preferisce fingere che il libro inizi dal quel bel verso, creando di fatto un falso. Un falso che però, forse, tradisce l’intenzione del Manzoni stesso.
Qualcuno forse dirà: ‘Ma la storia vera e propria inizia dal capitolo I con l’incontro tra don Abbondio e i bravi’. La cosa è vera… e non lo è…
Intanto più di un autore ha fatto iniziare una storia con il ritrovamento di un libro o una pergamena antichi e non per questo il capitolo che narra quel fatto è stato considerato una sorta di fuori-testo. E poi, arbitrio per arbitrio, l’incontro tra don Abbondio e i bravi, potrebbe essere anche inteso come una sorta di antefatto. Soluzione narrativa non di rado utilizzata anche in cinematografia (tra l’altro credo che dedicherò una delle ultime puntate, al fortissimo istinto cinematografico che Manzoni dimostra di avere, molto prima che il cinema fosse inventato). Anche nei film, dicevo, non è raro che si inizi, a volte prima ancora dei titoli di testa, col narrare un fatto drammatico da cui scaturirà la storia vera e propria. Lo stesso principio potrebbe essere applicato anche qui.
D’altra parte nel capitolo I c’è l’incontro tra don Abbondio e i bravi e a fine capitolo conosciamo Perpetua, ma oltre a questo la storia non va avanti. La maggior parte delle pagine sono dedicate alla descrizione della scenografia del luogo e poi a fornire al lettore tutta una serie di informazioni sulla collocazione storica in cui il racconto s’inserisce. Spiegando, per esempio, chi fossero i bravi (che non erano ‘brave persone’: la parola deriva dallo spagnolo e vuol dire ‘audace’, ‘valoroso’ ma anche ‘feroce’). Manzoni ci racconta che costoro erano degli sgherri che i signorotti usavano come guardie del corpo personali, utili sia a mettere in atto azioni violente contro i propri nemici, sia a difendersi dalle aggressioni dei bravi altrui. Quindi riporta, anche in modo spiritoso e ironico, tutta una serie di documenti reali che lui ha trovato negli archivi di Milano. Si tratta di diverse ordinanze, le famose ‘grida’, che citano quei personaggi, comprovandone l’esistenza fin da molti anni prima e anche successivamente a quel memorabile fatto, come lo scrittore lo definisce, cioè l’incontro tra gli sgherri di don Rodrigo e il povero parroco, collocato nell’anno 1628.
Dopo di che si dilunga, e giustamente, a raccontarci come fosse strutturata la società milanese di allora, con le sue contraddizioni e peculiarità.
Passa poi a spiegare chi fosse don Abbondio, chi è da dove arriva, come la sua personalità, pavida, si inserisca a fatica nella società in cui viveva. Solo verso al fine del capitolo primo, Manzoni riprende il filo della storia vera e propria, con il rientro di don Abbondio a casa e il bellissimo scambio di battute tra lui e l’impareggiabile Perpetua.
Per cui considerare l’incontro tra don Abbondio e i bravi una sorta di antefatto, non è poi così azzardato. E ciò andrebbe a posizionare l’inizio vero e proprio della storia, al capitolo secondo con la comparsa di Renzo sulla scena che va da parroco a chiedere a che ora si devono trovare in chiesa per il matrimonio… che non si farà.
Comunque sia ignorare un intero capitolo che un autore scrive prima di un altro, fingere che non abbia molta importanza, quasi che gli fosse caduto dalla penna per sbaglio, non è certo rispettoso per l’autore stesso. Ed è, ripeto, creare un falso. O quanto meno una mistificazione.
Inoltre io mi domando in cosa l’opera del Manzoni viene sminuita nell’ammettere che lui ha scritto parole scherzose prima di bellissime parole poetiche? Manzoni e la sua opera hanno davvero bisogno di essere mistificati? Suvvia siamo seri, scherziamo con Manzoni.
Vi racconto un aneddoto: alla fine di una mia presentazione in un circolo di Torino, una signora mi ha avvicinato dicendomi che a lei non importava se il libro iniziava con una burla, per lei il libro sarebbe sempre iniziato con quella frase poetica. Ripensando a quella affermazione mi è venuto in mente il film “Matrix’ ve lo ricordate? Scegliendo la pillola rossa si entrava nel mondo drammatico, crudo, difficile, ben poco poetico della verità, ma quella era realtà, era il ‘vero’. Con la pillola blu si rimaneva in una bellissima finzione, nell’illusione, e chi comandava quel gioco, quell’illusione, traeva energia dai corpi addormenti, inerti le cui menti credevano di vivere, ma languivano solo in un sogno, piacevole, bello, ma irreale e praticamente senza vita.
Era un film ed era solo invenzione?
Quella signora mi ha fatto capire che invece ciò avviene, eccome! Mi sono reso conto che purtroppo non è così inconsueto che a fronte di una verità non gradita, anche consapevolmente noi (mi metto anch’io in mezzo) preferiamo nascondere la verità a noi stessi, scegliendo di restare nella finzione se questa è più appagante della realtà.
In qualche maniera anche Melville in Moby Dick, seppure con diversa sfumatura, accenna a quest’aspetto:
“Ma quando un uomo sospetta qualcosa di sbagliato, talvolta accade che, se è già coinvolto nella faccenda, inconsapevolmente si sforzi di dissimulare i propri sospetti persino a se stesso. E pressappoco così avvenne con me. Non dicevo nulla provavo a non pensare a nulla.”
Io ho detto ‘consapevolmente’, Melville dice ‘inconsapevolmente’. In realtà intendiamo la stessa cosa perché Ismaele, il personaggio a cui Melville mette in bocca quelle parole, non potrebbe parlare di un fatto di cui non ha consapevolezza. Allo stesso tempo anche noi quando ci troviamo in quella situazione nascondiamo a noi stessi non solo il fatto ma anche la consapevolezza: ci fingiamo inconsapevoli…
A parlare di questo fatto curioso, che ci riguarda un po’ tutti, sono anche Carlo Lucarelli e lo psichiatra Massimo Picozzi, che nel loro podcast ‘Il potere dell’inganno’, lo definiscono ‘l’inganno consapevole’.
Va bene, lo so, è meglio che io mi fermi qui.
Nella prossima puntata parleremo di che senso può avere una traduzione sincronica, una riscittura in italiano attuale dei Promessi Sposi del Manzoni. Ci sarà di aiuto un commento del grande professore Alessandro Barbero.
Sulla gabbia culturale che racchiude il libro, invece torneremo più avanti soprattutto quando parleremo della fortissima impronta religiosa del libro, che… è poi così vera?
Alla prossima!