I PROMESSI SPOSI

in italiano attuale


dal CAPITOLO SECONDO

Lorenzo, o come tutti lo chiamavano, Renzo, non si fece aspettare molto. (…)

Comparve davanti a don Abbondio tutto agghindato, con penne variopinte sul cappello, il suo pugnale dal bel manico nel taschino dei calzoni e quell’aria di festa e al tempo stesso di spavalderia, che a quel tempo era normale anche nelle persone più tranquille.

L’accoglienza incerta e misteriosa di don Abbondio, si contrappose ai modi gioviali e decisi del giovane: – Che abbia qualche pensiero per la testa? – pensò tra sé e sé Renzo. Poi disse:

“Signor curato, sono venuto per sapere a che ora le fa comodo che ci troviamo in chiesa.”

“Di che giorno parliamo?”

“Come di che giorno! Non si ricorda? È oggi.”

“Oggi?” replicò don Abbondio, come se lo sentisse per la prima volta. “Oggi, oggi… mi dispiace ma oggi non posso.”

“Oggi non può?! Ma cosa succede?”

“Prima di tutto non sto bene, vedi?”

“Mi dispiace. Ma quello che deve fare richiede poco tempo e così poca fatica…”

“E poi, e poi, e poi…”

“E poi che cosa?”

“E poi ci sono dei problemi”

“Dei problemi? Quali problemi possono esserci?”

“Bisognerebbe essere al mio posto per capire quanti problemi possono saltar fuori in queste faccende, di quante cose devo rendere conto. Io sono troppo gentile, penso solo a togliere di mezzo gli ostacoli, a rendere tutto facile, a far le cose secondo il piacere altrui e trascuro il mio dovere. Poi mi toccano i rimproveri, se non di peggio.”

“Santo cielo, non mi tenga così sulle spine e mi dica chiaro e tondo cosa c’è.”

“Lo sai tu quante e quali formalità servono per fare un matrimonio in piena regola?”

“Insomma mi dica che cosa,” rispose Renzo che cominciava a innervosirsi “perché lei me ne ha già fatto una testa così nei giorni scorsi. Non avevamo già fatto tutto quanto? Non abbiamo già fatto tutto quello che dovevamo fare?”

…


dal CAPITOLO TREDICESIMO

In quel momento, lo sventurato vicario, stava faticosamente cercando di digerire il pasto che aveva consumato svogliatamente, senza appetito e senza pane fresco. Aspettava con grande ansia che quel trambusto finisse ed era ben lontano dal sospettare che, invece, stava per arrivargli addosso in modo spaventoso. Qualche galantuomo partì al galoppo superando la folla, per avvertirlo del pericolo che stava sopraggiungendo. I servitori, già attirati sulla porta dal rumore, guardavano sgomenti lungo la strada dalla parte da cui il rumore si stava avvicinando.

Mentre vengono avvisati, già arrivano le avanguardie. In fretta e furia corrono ad avvertire il padrone. Intanto che questo pensa a scappare, e a come scappare, viene un altro che dice che è troppo tardi. I servitori fanno appena in tempo a chiudere la porta. Mettono la spranga, mettono i puntelli e corrono a chiudere le finestre, come quando si vedono arrivare nuvoloni neri e si aspetta la grandine. L’urlare crescente, scendendo dall’alto come un tuono, rimbomba nel vuoto del cortile, rintrona in ogni angolo della casa e in mezzo al grande e confuso baccano, si sentono colpi di pietre, forti e fitti, contro la porta.

“Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo, vivo o morto!”

Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, appoggiandosi ai muri, raccomandandosi a Dio e anche ai suoi servitori che resistessero, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come e da dove? Salì in soffitta e da una finestrella guardò ansiosamente la strada: vide che era spaventosamente piena zeppa di gente furiosa. Sentì le voci che chiedevano la sua morte e, più smarrito che mai, si ritrasse e andò a cercare il posto più sicuro e nascosto. Rimase lì rannicchiato, con le orecchie tese ad ascoltare se per caso quel rumore si affievoliva, se il tumulto si calmava un po’. Ma sentendo invece il muggito alzarsi più feroce e più fragoroso e udendo i colpi delle pietre raddoppiare, preso da una paura incontrollata, si tappò le orecchie con forza. Poi, come fuori di sé, stringendo i denti e storcendo il viso, stendeva le braccia e puntava i pugni come se volesse tenere ferma la porta…

Del resto cosa facesse per davvero non lo possiamo sapere, perché era da solo e noi, per raccontare la nostra storia, siamo costretti a tirare a indovinare. Ma non è così insolito che chi narra fatti storici, tiri a indovinare.

Renzo, questa volta, si trova nel mezzo del tumulto, non trascinato dalla fiumana, ma entratoci volontariamente. Prima, quando aveva sentito la proposta di sangue, il suo si era rimescolato tutto. A riguardo del saccheggio, non avrebbe saputo dire se, in quel caso, fosse bene o male, ma l’idea dell’omicidio gli provocò un orrore forte e immediato. Eppure anche lui, per quell’infelice, docile arrendevolezza che gli animi passionali hanno di fronte alle affermazioni passionali della massa, era convintissimo che il vicario era la causa principale della fame, il nemico dei poveri. Però, appena la folla si era mossa, aveva anche sentito qualche voce che esprimeva la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo e si era proposto di dare una mano in quel senso. Così, con quell’intenzione, si era cacciato nella mischia, fino quasi a raggiungere la porta che si tentava di manomettere in ogni modo. Alcuni picchiavano con dei sassi contro i chiodi della serratura per schiodarla, altri con paletti, o con scalpelli e martelli, cercavano di fare un lavoro più ben fatto, altri ancora, con pietre, con coltelli spuntati, con chiodi, con bastoni, perfino con le unghie, non avendo altro, scalcinavano e sgretolavano il muro e cercavano in qualche maniera di levare dei mattoni per fare una breccia. Quelli che non potevano aiutare incitavano con urla, ma allo stesso tempo, stando lì a pigiare, intralciavano di più il lavoro, già ben confuso di suo per la disorganizzazione e la competizione dei lavoratori. Grazie al cielo, anche nel male a volte capita quella cosa molto frequente nel bene, che i sostenitori più esaltati diventino un intralcio che rallenta l’opera.

I magistrati che furono avvisati per primi di quello che stava succedendo, mandarono subito a chiedere soccorso al comandante del castello, che a quel tempo era chiamato porta Giovia, il quale mandò alcuni soldati. Ma tra l’avviso, l’ordine, il radunarsi, il mettersi in cammino, il cammino, passò del tempo, e arrivarono che la casa era già ampiamente cinta d’assedio e dovettero fermarsi lontano, all’estremità della folla. L’ufficiale che li comandava non sapeva che pesci pigliare. Lì c’era, lasciatemi dire, un’accozzaglia di gente di varia età e di sesso che li fissava. Se gli intimava di sbandarsi e di spostarsi, rispondevano con un cupo e lungo mormorio, ma nessuno si muoveva. Far fuoco su quella ciurmaglia, gli pareva non solo crudele, ma anche molto pericoloso, una cosa che, colpendo i pochi meno temibili, avrebbe scatenato i violenti che erano i più numerosi. E del resto non aveva quell’ordine. La cosa migliore sarebbe stato farsi largo tra la folla, dividendola a destra e a sinistra, andare avanti e attaccare quelli che stavano attaccando la casa. Ma come riuscirci? I soldati sarebbero avanzati uniti e ordinati? Se invece di rompere la folla, si fossero sparpagliati in mezzo ad essa? Si sarebbero trovati, dopo averla aizzata, in balia di quella. L’indecisione del comandante e l’immobilità dei soldati, parve, a ragione o a torto, paura. Quelli che si trovavano vicino a loro si limitavano a guardarli con aria, come si dice, di: io me ne impipo. Quelli che erano un po’ più lontani, invece, non avendone paura, li provocavano con versacci e grida di scherno. Quelli più in là ancora, quasi che non si erano neppure accorti che ci fossero e i guastatori continuavano il loro lavoro di smuratura, senza altro pensiero se non di completare l’opera al più presto. Intanto gli spettatori non cessavano di incitarli urlando.

….


dal CAPITOLO VENTITREESIMO

Appena l’Innominato fu fatto entrare, Federigo gli andò incontro con viso affettuoso, sereno e con le braccia aperte come fosse una persona attesa da molto tempo. Fece cenno al cappellano di uscire e quello ubbidì.

I due rimasero un po’ senza parlare, indecisi, anche se per motivi diversi. L’Innominato, che era stato spinto lì quasi per forza da una smania inspiegabile, senza un’idea precisa, era tormentato da due passioni opposte: da una parte un confuso desiderio misto alla speranza di trovare un po’ di pace per il proprio tormento, dall’altra il fastidio, la vergogna di essere lì come un pentito, un miserabile, uno che viene a sottomettersi, a confessarsi colpevole, a implorare un uomo. Non trovava le parole e quasi neppure le cercava. Però, guardando gli occhi di colui che aveva davanti, si sentiva sempre più infondere un sentimento di rispetto, potente e dolce allo stesso tempo, che gli accresceva la fiducia, placava il fastidio e lo calmava, senza accendergli l’orgoglio e imponendogli il silenzio.

La personalità di Federigo era infatti una di quelle che trasmettono un senso di autorità superiore, pur facendosi amare. Aveva un portamento signorile per natura, involontariamente quasi maestoso, non ingobbito, né impigrito dagli anni. Lo sguardo era attento e vivace, la fronte serena e pensierosa. I capelli bianchi sulla pelle pallida, i segni del digiuno, della meditazione, della fatica, gli imprimevano una specie di freschezza pura. Sul volto si vedevano ancora i segni della bellezza di un tempo, ma l’abitudine a pensieri solenni e benevoli, la pace interiore acquisita da molto tempo, l’amore verso il prossimo, la gioia continua di una speranza di vita a venire, l’avevano sostituita con quella che potremmo chiamare, una bellezza senile.

Anche lui per un po’ tenne fisso, sull’Innominato, il suo sguardo penetrante, esercitato da lungo tempo a cogliere nell’aspetto di un viso, i pensieri di quella persona. Sotto quel volto cupo e turbato, gli parve di scoprire qualcosa di simile a ciò che aveva sperato fin dal primo annuncio della sua visita. Con fare gioioso disse:

“Oh, che visita preziosa è questa! Le sono davvero molto grato per la bontà di questa sua decisione, anche se per me ha un po’ il sapore di un rimprovero!”

“Rimprovero?!” esclamò l’altro meravigliato e raddolcito da quelle parole e da quel modo di fare, contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio iniziando un discorso qualunque.

“Certo, di rimprovero” riprese questo “per essermi lasciato anticipare da lei, quando da tanto tempo e tante volte, sarei dovuto venire io a cercarla.”

“Lei da me?! Ma lei sa chi sono? Le hanno detto bene il mio nome?”

“Questa grande gioia che provo e che di certo lei avrà notato, le pare che avrei potuto provarla all’annuncio, alla vista, di uno sconosciuto? È lei che me la fa provare, lei che io avrei dovuto venire a cercare, lei che almeno ho amato e per cui ho tanto pregato. Lei che tra tutti i miei figli che amo davvero col cuore, è quello che più d’ogni altro avrei desiderato di accogliere e abbracciare, se avessi creduto di poterlo sperare. Ma Dio sa fare cose meravigliose e rimedia alla debolezza e alla lentezza di noi, suoi poveri servitori.”

L’Innominato rimase stupito da quel parlare appassionato, da quelle parole che rispondevano così chiaramente a ciò che non aveva ancora chiesto e che non era sicuro di voler chiedere. Stava in silenzio, sbalordito e allo stesso tempo, commosso.

“Quindi?” continuò il cardinale “Lei ha una bella notizia da darmi e me la fa sospirare?”

“Una bella notizia, io? Ho l’inferno nel cuore, che bella notizia avrei da darle? Me lo dica lei, se lo sa, qual è questa bella notizia che si aspetta da me.”

“Che Dio le ha toccato il cuore e la vuole.” rispose con calma il cardinale.

“Dio, Dio! Se lo vedessi, se lo sentissi! Dov’è questo Dio?”

“Lei lo domanda a me? Lei? E chi più di lei ce l’ha vicino? Non se lo sente nel cuore che l’opprime, che la agita, che non la lascia stare? Ma allo stesso tempo l’attira a Sé, le fa presagire una speranza di quiete, di consolazione; d’una consolazione che sarà piena, immensa, quando Lo avrà riconosciuto, Lo avrà pregato, implorato.”

“Oh, certo! Ho qui qualcosa che mi opprime, che mi tormenta! Ma Dio! Se c’è questo Dio, se è quello che dicono, cosa vuole che se ne faccia di me?”